Minneapolis: il fuoco e le sue radici. @GLOBALPROJECT

Perché secoli di sfruttamento e oppressione vadano in fiamme, ovunque

di Francesco Pavin

Come non indignarsi di fronte alle immagini di George Floyd schiacciato a terra dallo sbirro in divisa, come non sentirsi soffocare anche solo a guardarle. Di fronte a tutto ciò, abbiamo provato un sentimento di sollievo e liberazione nel vedere e leggere le rivolte che prendono corpo in queste ore: il conflitto, l’attacco ai simboli delle forze dell’ordine, la messa a soqquadro dello spazio urbano. La catarsi per l’avvenuto sta nelle fiamme, nelle pietre sulle auto blu, nei blocchi stradali, nell’assedio alla casa del killer, la rivolta rimane l’unica presa di parola possibile.

Guardando la bolla in cui viviamo, cioè lo spazio delle nostre relazioni virtuali, dovremmo pensare che la rivolta di Minneapolis goda di enorme consenso ed è certamente così. Il metro di misura potrebbe essere il palazzo delle guardie assaltato o l’edificio in fiamme e il tifo da tastiera che questi episodi hanno suscitato. In questo caso l’applausometro virtuale supera ogni possibile confine. Quando, al di là di tante discussioni, parliamo di conflitto/consenso ci riferiamo a questo: nella manifesta sproporzione della violenza praticata dall’istituzione Usa, la reazione è immediatamente letta come giusta e sacrosanta e questo avviene in maniera pressoché trasversale. Facciamo fortunatamente e orgogliosamente parte di coloro che sostengono chi appicca il fuoco alle istituzioni del comando e, nel nostro piccolo, cerchiamo di farne divampare anche nei nostri territori. Riteniamo quindi che Minneapolis parli al mondo e soprattutto parli a coloro che inseguono pervicacemente la rottura radicale nel rovesciamento dei rapporti di dominio.

Due veloci considerazioni, quindi, per inserire l’assassinio di George Floyd nella storia dei neri d’America e in quel maledetto giogo fatto da razzismo e profitto. Intanto, cominciamo a immettere nel discorso il termine guerra, cominciamo a chiamarla guerra civile contro la gente nera, perché è la storia di un conflitto combattuto dalle istituzioni bianche, dalle polizie di ogni stato USA, dai suprematisti bianchi, dal KKK e via così, contro la gente nera.

È una narrazione antica che prende corpo dalle navi degli schiavi in poi, non un caso isolato e nemmeno un’escalation degli ultimi anni, ma ci parla di cinque secoli di ingiustizie sociali, politiche ed economiche.

Tagliamo con l’accetta: belligeranza da una parte e resistenza dall’altra. Sfatiamo per cortesia il mito del “nero” passivo e sottomesso, forse la parentesi del movimento per i diritti civili su questo aveva abbagliato alcuni; una parentesi – appunto – tra una pluralità di lotte di liberazione. Per fortuna, infatti, c’è una storia di reazione tenace, che prende avvio da quando i primi schiavi si ammutinavano nelle navi che li portavano dall’Africa fino al “nuovo” continente e buttavano a mare gli schiavisti girando la prua verso la libertà. Come sulla Little Georgie nel XVIII secolo, mai arrivata alle coste americane, fermata dalla mano degli schiavi che, prima di invertirne la rotta per l’Africa, chiusero i loro “padroni” nella stessa stiva dove erano stati in catene. Sempre guerra e resistenza nei campi di cotone tra schiavisti e schiavi, piombo e sangue nelle successive vendette del KKK, poi la belligeranza che assunse forme diverse e si fece cemento e mattoni nella costruzione dei ghetti del Novecento, dove continuava la messa ai margini delle comunità nere e il suo sfruttamento con le armi dell’economia.

Armi contro la gente nera, che siano fatte della faccia di Washington sul dollaro verde, di cotone e lino o nelle Glock in dotazione alla polizia poco cambia.

Poi ci sono stati certamente Martin Luther King o Malcom X, ma anche la rivolta di Watts nell’agosto del 1965, dove si invertì per la prima volta il rapporto di forza tra neri e polizia: sei giorni di insurrezione spontanea, anche qui a causa della brutalità delle forze dell’ordine, dove nell’enorme saccheggio della città fecero comparsa tra i ribelli anche le armi da fuoco. La miccia che darà il La al Black Panther Party, l’autodifesa delle comunità di fronte a chi li voleva morti e sottomessi, il rovesciamento simbolico del rapporto di forza, la presa di parola nera rivoluzionaria.

Questi neri che sfilarono nel 1967 con le armi in pugno al parlamento di Sacramento avevano iniziato proprio dal “patrolling”, ossia il pattugliamento armato contro la violenza della polizia nel ghetto di Oakland: se si voleva invertire la tendenza era proprio da lì che bisognava partire. Ovviamente avevano realmente impaurito l’establishment per cui la repressione dell’FBI fu molto pesante, non fermandosi alla distruzione dell’organizzazione nera, ma consolidando quella continua spirale di violenze della polizia e praticando l’eliminazione sistematica dei leader neri, come quella di Fred Hampton nel dicembre del 1969, poi l’immissione nei ghetti di ogni tipo di sostanza stupefacente e via così. Gli anni a venire non daranno tregua fino ad oggi.

Sarà perché la mia generazione è cresciuta con in testa “Sound of da police” di KRS One, sarà perché ce la ricordiamo la rivolta per il pestaggio di Rodney King nel 1991 a Los Angeles, come l’uccisione di Laquan Mcdonald con 16 colpi di pistola nel Southwest Side di Chicago il 20 ottobre 2014: questo ragazzo venne assassinato a 17 anni solo perché l’agente di polizia presupponeva che avesse un coltello. E ancora, l’uccisione di Freddie Gray, afromericano di Baltimora, anche lui arrestato con l’accusa di avere un coltello a serramanico e morto dopo il pestaggio nel cellulare della polizia. Azione e reazione, uccisioni e rivolte, piombo e fuoco.

La lista sarebbe troppo lunga, troppe uccisioni che corrispondono allo scoccare del tempo, una dopo l’altra a segnare giorni, mesi, anni e decenni fatti dalle canne lunghe dei fucili dei poliziotti, dalle canne corte delle pistole dei sorveglianti, dalle botte tra l’arresto e in conferimento al commissariato in qualche cellulare della polizia, del ginocchio su collo di George Floyd.

Ma senza scomodare nomi di anni lontani, senza prendere il largo per date del passato basterebbe ricordare la storia di Ahmaud Arbery lo scorso febbraio, poco prima del lockdown, un giovane afroamericano di 25 anni. Arbery stava facendo jogging a Brunswick, in Georgia, vicino a casa sua, quando passa al lato di un pick-up bianco, fermo in mezzo alla strada, su cui c’erano l’ex agente di polizia Gregory McMichael (nel cassone, armato di pistola) e suo figlio Travis McMichael (appena fuori dal furgone, dalla parte del guidatore, con un fucile da caccia). Finisce con Arbery morto con tre colpi di arma di fuoco, un vero e proprio linciaggio perché scambiato con un sospettato di alcuni furti.

La lista degli omicidi di afroamericani per futili motivi o inesistenti sono molte, tanto che il The Guardian ha messo sul suo sito un contatore di persone uccise dalle forze di polizia che supera ormai il migliaio di casi. A questo colleghiamo anche le disuguaglianze socio-sanitarie che stanno facendo strage di neri e latini nell’emergenza Covid19; di come, sotto l’amministrazione Trump, emerga sempre con maggiore forza l’intreccio tra la questione razziale e le disparità sociali. Proprio Trump, in questa “guerra razziale”, ha fatto il suo gioco per legittimare l’Alt-Right (Alternative Right) e dare spinta a quell’ideologia che rielabora e diffonde, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, vecchie proposte come la deportazione in massa degli immigrati, l’erezione di barriere fisiche ed economiche in difesa della nazione.

Uno scontro in atto dicevamo prima, ma non unidirezionale. Il conflitto di queste ore si situa nel solco dell’elaborazione di Huey P. Newton e Bobby Seale sul colonialismo interno, sulla chiamata alle armi del Black Liberation Front – quello di Assata Shakur “schiava fuggiasca dalla piantagione Amerika”- in cui il conflitto assume i connotati del riot come argine alla violenza strutturale, nell’oltre-confine degli spazi dei ghetti, vere e proprie colonie schiaviste mai smantellate. È accaduto a Ferguson nel 2014, agli albori del Black Lives Matter, secondo dinamiche che ricordano ma non allineano gli eventi di questi giorni a Minneapolis.

La terza notte di rivolta, con i manifestanti che cacciano i poliziotti da un commissariato costringendoli a fuggire in elicottero dal tetto, non ci consegna il tratto dell’insurrezione No Future come quella di Los Angeles del 1992, ma coniuga presa di parola e conflitto, mescola “le razze” nello scontro, assume l’elaborazione intersezionale del Black Lives Matter, prendendo le caratteristiche di un laboratorio politico.

Nel mentre, la Guardia Nazionale si appresta ad entrare nelle città, il procuratore distrettuale dichiara che non può accusare di omicidio l’assassino di George Floyd, Trump dà disposizioni di sparare contro i saccheggi e squadre di bianchi suprematisti girano armati per le strade. Le rivolte prendono corpo in altri Stati.

A noi il compito di leggere, quindi, il divenire di queste rivolte e di abitarlo non diventandone solo “tifosi”: leggerne il carattere costituente, indagarne le connessioni e la composizione. A noi anche il compito di combattere dall’altra parte l’ipermetropia che caratterizza spesso alcune componenti di movimento, combattere quel disturbo ottico/mentale che porta a tifare lo scontro quando è a migliaia di chilometri di distanza condannandolo, poi, quando si realizza nel nostro “mondo”, a casa nostra, come se la narrazione d’oltreoceano non parlasse di diseguaglianze che aumentano costantemente anche da noi.

Anche nel “vecchio continente” c’è disparità sociale, anche da noi le narrazioni sovraniste indicano la razzializzazione del nemico nella guerra tra poveri, anche da noi permangono e si accentuano i rapporti neocoloniali. Anche da noi c’è bisogno di intrecciare trame nella crisi permanente, perché secoli di sfruttamento e oppressione vadano in fumo ovunque, come diceva fratello Malcom, con ogni mezzo necessario

Fonte:https://www.globalproject.info/it/mondi/minneapolis-il-fuoco-e-le-sue-radici/22819

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