Il municipalismo libertario di Murray Bookchin.

Scritto tratto dal libro di Murray Bookchin “La prossima Rivoluzione” dalle assemblee popolari alla democrazia diretta.

Per comprendere le caratteristiche rivoluzionarie del municipalismo libertario, sia da un punto di vista generale che all’interno di un progetto anti-statalista, è utile considerarlo da una prospettiva storica. Le comuni, i villaggi, le città o, più in generale, le municipalità non sono semplicemente “luoghi” dove si addensa un certo numero di abitanti. Storicamente, nel corso dello sviluppo umano verso la civiltà, la municipalità ha favorito il processo di cambiamento con cui gli esseri umani hanno cominciato a liberarsi da relazioni sociali condizionate dalla biologia e fondate su legami di sangue, reali o fittizi (con la loro primordiale ostilità per gli “stranieri”), sostituendoli gradualmente con istituzioni sociali e razionali che contemplano diritti e doveri e che dovrebbero riguardare tutti i residenti in un determinato luogo, indipendentemente dalla consanguineità e dagli aspetti biologici. La città, il villaggio, la municipalità o il comune hanno rappresentato l’alternativa civica, fondata sulla residenza e le attività sociali, ai gruppi tribali di sangue, che si fondavano sul mito di una genealogia condivisa. La municipalità, lentamente e in modo parziale, ha creato le condizioni necessarie per un’associazione umana basata sul ragionamento razionale, sugli interessi materiali e su una cultura laica, spesso in conflitto con le culture ancestrali e i legami parentali. Il fatto che gli individui possano raccogliersi in assemblee locali, discutere e condividere le loro idee in modo creativo, senza ostilità o sospetti nonostante le differenze etniche, linguistiche e nazionali, è un grande risultato storico della civiltà. Un risultato che è frutto di secoli dì sviluppo umano e culturale e che presuppone l’abbandono faticoso della definizione primordiale di stirpe e la sua sostituzione con ragione, conoscenza e sviluppo della condivisione dell’appartenenza al genere umano.
In gran parte, questo sviluppo umanizzante è stato prodotto dal lavoro nelle municipalità: lo spazio libero in cui le persone avrebbero dovuto cominciare a considerare correttamente gli altri, senza contaminazioni generate da nozioni arcaiche di legami biologici, affliazioni tribali e mistiche, tradizioni e identità campanilistiche. Non sostengo che questo processo di civilizzazione (un termine che deriva dalla parola latina per città e cittadinanza) sia stato completamente percorso. Tutt’altro: senza una società razionale, la municipalità può facilmente diventare una megalopoli — in cui una comunità, per quanto laica possa essere, viene sostituita dall’atomizzazione e da inumane e incomprensibili diseguaglianze sociali — divenendo così l’ambito di sviluppo di conflitti irrazionali come quelli legati alle classi, alle razze e alle religioni.
Tuttavia, da un punto di vista sia storico che politico, la municipalizzazione costituisce la condizione necessaria — anche quando non viene completamente attuata — per realizzare l’obiettivo del genere umano di umanizzarsi, in modo razionale e collettivista. Un fine raggiungibile eliminando le divisioni che si basano su afinità di sangue, sciocche tradizioni, paure ancestrali, oltre a una visione irrazionale e spesso ingiustificata dei diritti e dei doveri sociali.
Quindi, la municipalità è lo spazio potenziale per realizzare il grande obiettivo di trasformare esseri umani “provinciali” in esseri umani universali, un’humanitas liberata dagli attributi più oscuri e brutali del mondo primordiale. Una municipalità in cui tutti gli uomini e le donne possono essere cittadini indipendentemente dalla loro origine etnica e convinzione ideologica, costituisce il terreno di coltura di una società comunista libertaria. Metaforicamente parlando, non è solo un desiderio degli uomini e delle donne razionali ma è, piuttosto, il futuro dell’umanità razionale, il luogo indispensabile per realizzare il cammino dell’umanità verso la libertà e l’autocoscienza.
Non ho la presunzione di affermare che una confederazione di comUni libertarie — una comune di comuni — sia già esistita in passato. Eppure» per quanto io neghi l’esistenza di eventuali “modelli storici” e “paradigmi” per le municipalità libertarie, i miei critici continuano a cercare di associarmi ai difetti sociali di Atene, delle città rivoluzionarie del New England e via dicendo, come se fossero una parte integrante delle mie idee”. Non mi ispiro in modo prevalente a nessuna città o gruppo dì città — siano esse l’Atene classica, le città libere del mondo medievale, le assemblee cittadine della rivoluzione americana, le sezioni della Grande Rivoluzione francese o i collettivi anarco-sindacalisti della Rivoluzione spagnola — non li considero esempi di piena realizzazione e» ancor meno, come “modelli” o “paradigmi” della visione municipalista libertaria. Tuttavia, in tutti questi casi esistevano caratteristiche significative, nonostante i molti, spesso inevitabili, errori commessi. Il loro valore risiede nel fatto che da quelle esperienze possiamo apprendere i modi in cui hanno esercitato le scelte democratiche che hanno praticato. Possiamo riproporre il meglio di quelle istituzioni, studiarne gli errori e trarre ispirazione dal fatto che siano esistite e abbiano funzionato, con vari gradi di successo, per generazioni se non secoli.
Al momento è importante riconoscere che quando proponiamo il municipalismo libertario, non stiamo solo pianificando una tattica o una strategia per sviluppare una nuova realtà politica. Piuttosto, stiamo cercando di creare una nuova cultura politica che non si limiti ad avere obiettivi anarco-comunisti ma che prevede sforzi concreti per rendere questi obiettivi attuabili; pur immaginando pienamente le diffcoltà che dovremo affrontare e le conseguenze “rivoluzionarie” a cui potrebbero condurci in futuro.
Devo notare che il “quartiere” non è semplicemente il posto dove le persone costruiscono le loro case, allevano i figli e acquistano gran parte dei loro beni. Da un punto di vista politico, per intenderci, un quartiere può includere gli spazi vitali dove le persone possono riunirsi per discutere di questioni politiche, e sociali. Infatti è proprio la possibilità di discutere apertamente dei temi che interessano ai cittadini, che veramente definisce il quartiere come un importante spazio politico e di potere.
Non mi riferisco solo a un’assemblea, dove i cittadini discutono e cercano di risolvere alcuni problemi specifici. Intendo anche il quartiere come il centro del municipio, dove i cittadini possono riunirsi come un grande gruppo per condividere le loro opinioni e dare espressione pubblica alla loro politica. Questa è stata la funzione dell’agorà ateniese e delle piazze delle città nel Medioevo. Gli spazi per la vita politica possono essere molteplici, ma sono generalmente specifici e ben definibili.
Questi ambiti di coesistenza, essenzialmente politici, sono apparsi spesso in tempi di agitazione, quando un numero considerevole di individui occupava spontaneamente spazi di discussione, come nell’agorà ellenica. Ricordo questo tipo di spazi durante la mia giovinezza a New York City, a Union Square e Crotona Park, dove centinaia e forse migliaia di uomini e donne si riuniva ogni settimana per discutere tra loro i fatti del giorno. Hyde Park a Londra costituiva un luogo simile, come il Palais-Royal a Parigi, che fu il luogo di gestazione della Grande RivoIuzione francese e di quella del luglio 1830.
Durante i primi giorni della rivoluzione del 1848, a Parigi, moltissime assemblee di quartiere (forse centinaia) si erano organizzate sotto forma di club e forum, costituendo la base per il ripristino delle ‘sezioni rivoluzionarie di quartiere’ del 1793. Secondo alcune stime, i membri di questi club non superavano i 70.000 individui su una popolazione di circa I milione di residenti. Tuttavia, se questo movimento fosse stato coordinato da un’organizzazione rivoluzionaria attiva e politicamente coerente, sarebbe potuto diventare una forza formidabile, persino vincente, durante le settimane di crisi che portarono all’insurrezione di giu-
gno degli operai parigini.
Non c’è alcun motivo, in linea di principio, perché questi spazi e le
persone che li animano non possano diventare assemblee popolari. In ef-
fetti, come è successo con alcune ‘sezioni durante la Grande Rivoluzione francese, potrebbero acquisire un ruolo di primo piano nel generare una rivoluzione e nel portarla alla sua logica conclusione.

Murray Bookchin

Trascrizione a cura di AgireBablisoke

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