Il mio “Murray” di Mimmo Pucciaelli

La scoperta dell’ecologia sociale, le iniziative con lui, la pubblicazione dei suoi scritti, la disillusione per il suo settarismo. Storia di un rapporto tra un grande innovatore e un (allora) giovane anarchico alla ricerca di nuove prospettive. Discutiamone con calma. Pensando non solo al Rojava ma anche, e soprattutto, alle nostre attività quotidiane.

Lo sapete tutti e tutte che quello che siamo lo dobbiamo alla nostra storia personale, alla nostra cultura, al nostro corpo, sì proprio al nostro corpo che molte volte ci condiziona, ci aiuta, ci serve come una barca sulla quale issiamo la bandiera della nostra vita. O le bandiere.
Quando alla fine degli anni sessanta abbracciai non il fucile, ma l’anarchia, essa aveva un sapore che l’ideologia dà alle nostre pietanze, alle nostre chiacchiere, ai nostri impegni, individuali e collettivi che siano. Io le condii sia con la poesia della Beat Generation sia con quell’immagine bucolica che avevo del paesino dove ero nato, situato su una montagna circondata da campi odorosi e altre montagne ridenti in primavera, accaldate in estate, silenziose in inverno. Insomma, senza saperlo quando iniziai a leggere Umanità nova e l’Internazionale mi mancava qualcosa che parlasse di questi fiorellini che vedevo nascere spontaneamente non solo in piena campagna, ma anche tra le antiche mura del paese che erano state abbandonate a se stesse.
Comunque tra cortei antifascisti, invettive proletarie contro lo Stato e il capitale e anche slogan incendiari, avevo costruito nel mio immaginario “libertario” un piccolo spazio al quale solo molto tempo dopo potei incollare un’etichetta politica, quella verde dell’ecologia. Ma come conciliare l’anarchismo fatto da un pensiero che oscilla tra la guerra sociale, la lotta quotidiana contro le ingiustizie sociali e la volontà di creare degli spazi dove sperimentare la democrazia diretta, l’assemblea decisionale, la partecipazione di tutte e di tutti nelle attività da mandare avanti, con la critica della consumismo, dello spreco, dell’inquinamento… e mi chiedevo: “perché vogliono distruggere il mio paesino?”

Due risposte possibili

Quando lessi i primi testi di Murray Bookchin, trovai la risposta ed essa si chiamava ecologia sociale. Lo feci sapere alla rivista Ecologia, alla quale nel 1977 inviai una lettera proprio per indicare l’esistenza di questo militante, teorico nordamericano e la sua proposta di far convergere anarchismo e ecologia. Bookchin proprio in quegli anni veniva conosciuto in Italia, dunque, ma anche in Francia dove nel frattempo mi ero trasferito, così come in altri paesi europei. Ricordiamoci che negli anni sessanta e settanta non c’era sul mercato delle idee un pensatore anarchico che avesse la capacità di influenzare i movimenti “rivoluzionari” in generale e quelli libertari in particolare. In realtà c’erano stati i vari Paul Goodman, Colin Ward, Pierre Clastres di qua un Noam Chomsky di là, ma nessuno di loro aveva veramente avuto un’influenza diretta su noi anarchici italiani e francesi.

Con Bookchin ci siamo trovati a poter dare due risposte alle problematiche di fronte alle quali ci si trovava: cosa rispondere in quanto libertari alla questione ecologica che di giorno in giorno diventata più seria, e poi cosa fare per poter avere un’influenza nella azione, nella vita quotidiana nei nostri quartieri e nelle città. Bookchin, con la sua proposta di creare un ponte tra l’ecologia e un movimento sociale ispirato alle ipotesi libertarie di transizione, ci permetteva di sviluppare i legami che alcuni di noi già avevano, anche se in termini molto precari, con tutte quelle persone che lottavano contro l’energia nucleare, contro lo sfruttamento intensivo della terra, contro i vari inquinamenti dovuti a calcoli prettamente economici.
Insomma ho avuto l’impressione che si poteva continuare ad essere libertari e occuparsi di ecologia, anche se nelle stanze più scure dell’anarchismo tradizionale non mancavano coloro che non solo manifestavano il loro scetticismo sulle piccole conquiste che si potevano intravedere nella lotta contro l’inquinamento di una fabbrica o quello prodotto dalle migliaia di automobili che invadevano le strade e nuove autostrade aperte nelle nostre regioni.

Municipalismo libertario, poi comunalismo

Dall’altra parte, Bookchin ci offriva la possibilità di riflettere non solo su come opporsi alla distruzione della “natura”, ma lanciava anche l’idea che forse un’alternativa al sistema “democratico” elitista e verticale poteva concretizzarsi tramite il municipalismo libertario che più tardi avrebbe chiamato comunalismo. Insomma erano proposte che finalmente mi fornivano un po’ d’ossigeno, vista la rarefazione nella quale si viveva, e a volte si vive ancora, nell’ambito libertario/anarchico.
Ed allora decisi, con i miei amici dell’Atelier de création libertaire, a Lione, di pubblicare quegli opuscoli e libri di Bookchin che avemmo la capacità di tradurre.
E poi lo seguimmo, come lo fecero tanti altri gruppi e case editrici, quando venne in Europa, per esempio a Venezia all’incontro internazionale del 1984, e comunque lo facemmo venire anche a Lione ed in altre città francesi. Potrei finalmente dire che in quegli anni mi consideravano un bookchiniano, difesi e feci conoscere il suo pensiero anche attraverso le pagine del mensile ecologista Silence, col quale iniziai a collaborare proprio grazie a queste mie posizioni.
Devo dire la verità, per un po’ di tempo ho pensato che le proposte di Bookchin erano le sole che potevano dare al movimento anarchico (o libertario che si voglia) la possibilità di intervenire concretamente nel nostro quotidiano avendo non solo un obiettivo, una società senza stati e né padroni, ma anche dei mezzi per poterci arrivare, anche se non erano più quelli della grande rivoluzione, du grand soir!
Ho dunque seguito un po’ tutto quello che si è potuto fare, non solo per far conoscere il suo pensiero ma anche al livello organizzativo, affinché si potessero sperimentare queste sue idee che per me sono diventate fondamentali: ossia quelle legate a un’ecologia sociale e a un impegno politico quotidiano.
Lasciamo ora perdere la critica che per queste mie posizioni mi è stata rivolta da quegli “anarchici sociali” quasi sempre membri di organizzazioni “classiche” che ancora si caratterizzano per la loro impazienza rivoluzionaria, e per la sicurezza con la quale continuano ad affermare – e senza ridere – che tutto cambierà solamente quando avremo distrutto gli oppressori, lo stato borghese, liquidato la democrazia rappresentativa, eccetera eccetera.

Ma il mio amore per Bookchin è venuto meno…

Il problema è che (purtroppo?) anche se in diversi paesi ci sono stati alcuni gruppi che hanno tentato di lanciare delle iniziative legate a queste due bellissime idee, fino ad oggi nessun movimento concreto è stato creato affinché si potessero sperimentare le idee di Bookchin. Certamente il caso del Rojava apparentemente dovrebbe contraddire questa mia affermazione, ma come si è potuto leggere nel numero di “A” di dicembre/gennaio, le cose non sono così semplici… forse ci sarebbe da aggiungere quello che è successo in questi ultimi anni nel movimento Zapatista nel Chapas, o ancora nei movimenti popolari in Bolivia. E va anche segnalato che nel mese di ottobre a Bilbao, in Spagna, si è tenuto il secondo incontro internazionale sull’ecologia sociale e il municipalismo libertario; e ce ne saranno altri nei prossimi anni, come quelli organizzati dal Transnational institute of social Ecology di Atene ed in particolare quello che si è svolto mese di settembre 2017 dal titolo “The right to the city and sociale ecology – Towards ecological and democratic cities”.
Da parte mia, vorrei sottolineare che purtroppo il mio amore per Bookchin ad un tratto è venuto meno. In un primo momento, quando intorno a lui si è creato una sorta di gruppo che non accettava che si facesse alcuna critica nei confronti del maître à penser Murray, e poi quando Bookchin ha pubblicato quell’opuscolo “Social Anarchism or Lifestyle Anarchism: An Unbridgeable Chasm”, criticando non solo l’individualismo anarchico, ma anche tutte quelle che per lui sono da considerarsi delle posture estetiche e poco rivoluzionarie.
Devo raccontarvi che qui in Francia, quando pubblicammo i primi testi di Bookchin, gli amici della Federazione anarchica francese ci criticarono e soprattutto indicarono in Murray un semplice riformista da condannare. Poi, dopo la pubblicazione di quell’opuscolo, le cose cambiarono e elogiarono il fatto che, il nostro autore, finalmente prendeva posizione per un “anarchismo sociale, cioè organizzato, serio e con in mente delle prospettive rivoluzionarie…”, ossia quelle difese da sempre con fervore dagli anarchici.
E fu così che mentre fino a quel momento avevo pensato che Murray fosse forse il solo intellettuale che poteva regalarci un poco di speranza, mi ritrovavo a dover essere in disaccordo con la sua visione del mondo libertario, anche perché da quando mi sono avvicinato a questo movimento ho notato che le cose più interessanti e promettenti, cioè quelle che hanno dato un po’ d’aria fresca all’Idea, sono state le iniziative e le posizioni di quelle persone che singolarmente, collettivamente, in piccole strutture, o durante qualche breve periodo di tempo, quasi sempre slegate dalle organizzazioni “tradizionali”, sono state capaci di proporre una soluzione, parziale certamente, ma almeno udibile da una piccola fetta di quello che chiamiamo popolo.

Il comunalismo di Bookchin, non è che abbia poi funzionato…

Negli ultimi anni della sua vita e negli ultimi scritti, ha criticato apertamente l’anarchismo e gli anarchici. In quanto inconsistente, indicando nel suo comunalismo la sola soluzione per pensare a una rivoluzione per il XXI secolo.
E per rendersene conto basta leggere il testo che scrisse nel 2002, “Il futuro della sinistra” e che ora è possibile leggere in italiano grazie al lavoro dei nostri amici della BSF di Pisa. In effetti è appena uscita la raccolta di testi intitolata “La prossima rivoluzione, dalle assemblee popolari alla democrazia diretta”. I curatori del testo, (la figlia) Debbie Bookchin e Blair Taylor, ci ripetono fin dall’introduzione, riprendendo gli argomenti di Bookchin, che di fronte all’esaurimento “della politica convenzionale” siano necessarie “nuove idee coraggiose che sappiano parlare alle apparizioni radicalmente democratiche che sono alla base dei movimenti globali contemporanei.” E che “il comunalismo di Bookchin supera lo stallo tra lo Stato e le piazze: la familiare alternanza tra una roboante ma effimera contestazione di piazza e l’integrazione nelle istituzioni delle Stato progettate per sostenere l’ordine regnante.”
Io non ne sono convinto. In realtà come si è detto, malgrado alcuni tentativi ai quali abbiamo già accennato, sui quali ci sarebbe ancora da discutere per capirne il significato e la forza sia simbolica sia reale, non mi pare che fino ad oggi il “comunalismo” sia stato capace di aggregare di coinvolgere un “movimento” dinamico. Io penso che una delle ragioni è da ricercare nella distanza presa da Bookchin dagli anarchici ma anche dai “libertari” senza etichetta. Infatti, come lo indicano Debbie e Taylor, Bookchin dopo “aver tentato di recuperare l’anarchismo sociale” ha finito “poi per abbandonare questa tradizione politica”. Ripeto Bookchin ha rappresentato un punto fermo e innovativo per l’anarchismo negli anni settanta e ottanta, e per me praticamente uno dei pochi autori (militanti) che sia riuscito a traghettare l’anarchismo dalle vecchie abitudini ideologiche verso nuovi concetti e sperimentazione. Allora perché questo divorzio, questa rottura?
Sinceramente fino ad oggi non l’avevo capito bene. Leggendo ora il testo sul futuro della sinistra, mi sembra di aver capito un qualcosina in più. In un articolo apparso sul Corriere della sera il 23 dicembre scorso, Aldo Cazzullo, in un articolo/reportage sull’indipendentismo in Catalogna, “un villaggio culla dei secessionisti”, ad un certo punto scrive che tra le altre presenze politiche c’è anche quella di “anarchici inaffidabili”. Insomma, non seri.

Discutiamone, ma senza paraocchi

Ora è proprio questo che Bookchin contesta ai suoi ex-compagni di viaggio, più precisamente di non aver affrontato la questione politica del cambiamento sociale con quella necessaria ricerca e quelle valutazioni filosofiche per riuscire a contrastare il capitalismo regnante. In altre parole, verso la fine della sua vita, Bookchin da una lato ha continuato ad approfondire i suoi studi teorici sulle Rivoluzioni, e dall’altro ha preso le distanze da quel movimento (composto da anarchici e libertari) che avrebbe potuto, probabilmente, accompagnare ed arricchire le sue intuizioni con le proprie pratiche e iniziative.
Devo dire che in realtà la critica di Bookchin sembra indirizzarsi praticamente contro tutti quei movimenti nati alla fine degli anni ’90, affermando ancora una volta che quei movimenti non hanno nessun approccio serio. Anzi arriva fino a scrivere che a volte sono stati manipolati dalla polizia.
Comunque il testo è molto ricco, e come sempre ci aiuta a riflettere, ma anche per quelli come me che hanno uno sguardo critico sull’anarchismo leggere che “l’anarchismo rifugge le organizzazioni e i leader intesi come avanguardie, e celebra il ribellismo come un impulso istintivo non guidato dalla ragione o della teoria”, mi sembra quantomeno esagerato. Io credo che pochissime persone che si considerano anarchiche si riconoscano in quest’affermazione.
Ecco, dopo aver letto questi testi devo dire che mi sembrano molto più esplicite le ragioni per le quali si è creata une distanza tra me e Bookchin. E allora, tenuto conto che il mio approccio alla vita in generale e alla teorie sociali in particolare rilevano più di quella parte dell’anarchismo sensibile, dell’immaginario libertario e diciamolo più “poetico” che “politico”, lascio ad altre persone che hanno quelle capacità analitiche necessarie per rileggere “La prossima rivoluzione”. Io mi limiterò a porre due domande. Da una parte mi chiedo e vi chiedo come possiamo spiegare che uno dei soli teorici/intellettuali/militante anarchico che ha veramente avuto un’influenza tra l’altro nei movimenti libertari e ecologisti tra la fine degli anni sessanta e gli anni novanta del secolo scorso, sia in America che in Europa, in Turchia, ecc., ad un certo punto della sua vita non solo si è allontanato dall’anarchismo ma ne ha fatto una critica cosi serrata e acerba che anche tra i suoi “nemici storici” sarebbero in pochi a sottoscrivere. Dall’altra parte, mi chiedo cosa possiamo fare per colmare questo vuoto.
In realtà da anni mi domando se l’anarchismo ha un avvenire, non quello delle commemorazioni, o delle frasi fatte, delle idee fotocopiate nei manuali classici o riprese da situazioni completamente diverse da quello che viviamo oggi. Ma quello che mi ha dato la forza di fare qualcosa tutti i giorni da quasi cinquant’anni confrontandomi con le persone con cui vivo e lavoro, e poi anche con i militanti-e ai quali ho dedicato una parte delle mie ricerche sociologiche. Un anarchismo di tanti colori che non crede a un possibile P@radiso terreste.
Insomma siamo pronti a discuterne senza paraocchi e sans parti-pris?

Mimmo Pucciarelli

Fonte: http://www.arivista.org/?nr=423&pag=87.htm

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