In ricordo Orso di Gabar Carlo combattente italiano dello YPG

In memoria di Heval Tekoşer, Orso, Lorenzo.

“Sei stanco Heval?”
“No, il nemico è stanco!”
Te ne sei andato prendendo alla lettera questo motto con il quale avevamo l’abitudine di paracularci, per esorcizzare la stanchezza, le paure ed i ritmi insostenibili e probabilmente ne avevi anche fatto un modo di stare al mondo di vivere la tua quotidianità. Perché in fondo era la tua storia a dire questo, trovare nelle batoste, nel dolore e nello stato di abbandono, in cui la società ci ha relegati, un motivo per reagire senza mai perdere di vista il fatto che la sofferenza deve prima di tutto insegnarci a non fare del male agli altri e non renderci più stronzi, egoisti e spietati. Quella società capitalista che tu detestavi con tutto te stesso e dai cui privilegi avevi deciso di liberarti per quel senso di empatia che è alla base del sentimento rivoluzionario che ti ha portato a sentire sulla tua pelle il dolore degli oppresi.
Perché in fondo che cos’è la rivoluzione? Forse lo abbiamo dimenticato un po’ tutti, in particolar modo chi di noi pretende o ritiene di essere un rivoluzionario. Se dovessi parlare di te partirei, oggi, proprio da questo argomento. Direi che Heval Tekoşer era un compagno, un compagno nel senso più stretto del termine, troppo spesso inflazionato od associato in modo improprio ad individui discutibili. Era un compagno perché tante di quelle cose che gli altri le fanno perché le leggono sui libri, perché la linea del collettivo o dell’assemblea è quella lì e va seguita, lui le faceva perché semplicemente le aveva dentro. Un compagno perché traeva dal suo profondo senso di umanità l’ideale da perseguire e praticare con spontaneità e non in rispetto di un non meglio specificato protocollo. Orso aveva una lucidità di analisi che lo portava a mettere in discussione qualsiasi cosa, nulla di ciò che leggeva lo applicava in maniera dogmatica ed ottusa. Era pronto a sviscerare ogni situazione e contesto, a dire cose decisamente impopolari anche tra buona parte della compagneria, ad esprimere critiche scomode laddove chi lo circondava ripeteva la lezioncina come un pappagallo. Questo faceva di lui una persona affidabile, uno con il quale non avresti avuto bisogno di doverti guardare le spalle. Era parte integrante di quel grande progetto rivoluzionario in atto da anni in tutta la Siria del Nord ma aveva l’onestà intellettuale di criticarlo quando serviva e di spiegare che in fondo la rivoluzione non è il paese dei balocchi, non è semplicemente slogan, propaganda e patetici sentimenti a buon mercato ma anche e soprattutto azione, sporcarsi le mani, un accampamento zozzo che puzza di cadaveri, cibo poco e scadente, tante e tanti giovani rubati alla loro incoscienza e pronti a morire per una causa. Ne parlava ogni volta che descriveva il suo presente attraverso i reportage dal fronte, nessuna esaltazione cieca dei giusti e nessun odio gratuito contro il nemico. Semplicemente una descrizione della realtà condita da quella dose di ironia che caratterizzava i suoi discorsi.
Questo è quello che direi Heval, come quella volta in cui eri ad Afrin ed eri l’unico che non riuscivo a sentire e dopo giorni di silenzio in piena notte mi è arrivato un tuo messaggio con una foto di Super Mario e la scritta Biji Serok Apo. Frase ripetuta anche in altre occasioni in cui eravamo ben consapevoli di aver fatto una bravata che qualcuno avrebbe potuto non digerire. Sono giorni che provo a cercare le parole giuste per onorare un Compagno ma le uniche cose che mi vengono alla mente sono un mucchio di episodi vissuti, di chiacchierate semiserie ed è in quei momenti che il senso di vuoto prende il sopravvento e non riesco a tirare fuori una frase di senso compiuto. Perché ho la sensazione che riuscire a farlo significherebbe un po’ lasciarti andare e, credimi, nessuno di noi è ancora pronto a farlo. Ricordo il primo giorno in cui ti ho incontrato, stavi preparando il cay in una fredda mattina di dicembre, ricordo quando non ero nemmeno in grado di camminare e venivi a parlarmi di sera per farmi capire che non ero solo e quelle notti in cui finito il tuo turno di guardia passavi dalla stanza per capire se stessi dormendo.
Troppi ricordi che mi fanno capire quanto si è impreparati ad una notizia come questa, alle foto del tuo corpo pubblicate da quei bastardi che in pochi hanno deciso di combattere.
“Sei stanco Heval?”
Credo che questa volta ti risponderei “Sono stanco Heval”, sono due giorni che non dormo perché non è giusto che sia successo proprio ora che era quasi tutto finito. Perché non hanno ammazzato un combattente, hanno ammazzato il migliore di noi.
I martiri sono immortali ed è per questo che non ce la faccio ancora a chiamarti Şehîd Tekoşer, ma parlo di te ancora come Heval Tekoşer.
Sono stanco Heval ma saremo gocce di una tempesta, te lo prometto.
Şehîd Namirin

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