INTERVISTA di SRI al VOLONTARIO INTERNAZIONALISTA PAOLO “PACHINO”

Pubblichiamo l’intervista (italiano e inglese) che il compagno internazionalista Paolo “Pachino”ha rilasciato ai compagni della sezione di Torino del Soccorso Rosso Internazionale. Il compagno Paolo è tra i 5 internazionalisti di Torino che sono partiti per sostenere la rivoluzione del Rojava e che, al loro ritorno, sono stati oggetto della richiesta di sorveglianza speciale da parte della procura di Torino definendoli socialmente pericolosi a causa del loro attivismo sociale e politico e della loro esperienza rivoluzionaria in Siria.
Ricordiamo che il compagno Paolo è agli arresti domiciliari in quanto, ripartendo per il Rojava, ha eluso gli obblighi di firma ai quali era sottoposto per altri reati politici che gli sono stati attribuiti in Italia. Al compagno Paolo è stata rigettata l’istanza di revoca degli arresti soltanto qualche giorno fa.
L’intervista risale al mese scorso.

L’Intervista a Paolo (Pachino) internazionalista anarchico italiano che ha sostenuto la rivoluzione del Rojava sul campo e con le armi inquadrato nelle YPG internazionali.

Quale analisi politica ti ha convinto di partire per la Siria?

Sono partito a seguito del mio crescente interesse per le voci di rivoluzione che giungevano dal Rojava e subito dopo al mio ritorno e nata un’assemblea cittadina la carovana per il Rojava nella quale militavano anarchici e comunisti che lavoravano per sostenere la rivoluzione con aiuti economici e quanto altro. La prima volta che sono andato in Kurdistan era il 2014 ,sono arrivato nel Bakur nel Kurdistan turco durante la resistenza di Kobane. Ero deciso a verificare di persona che le voci che giungevano a noi, non fossero soltanto propaganda e quindi ho voluto ripartire per comprendere meglio i meccanismi della rivoluzione. Ho potuto verificare la concretezza di una rivoluzione antimperialista, per la liberazione della donna ed ecologista e per una società degna di questo nome con tutte le difficoltà dovute agli scontri etnici sul campo.

Ad inizio 2016 sono andato per a prima volta in Rojava e inizialmente mi ero adoperato nel lavoro civile e di costruzione sociale e vedere le persone che nonostante le difficoltà della guerra cercavano di costruire questa società mi riempiva il cuore di speranza. Quando poi sono ritornato in Rojava nell’agosto del 2016 ho deciso di unirmi alle YPG per combattere armi alla mano per quella rivoluzione che avevo potuto verificare in concreto durante il primo viaggio. Una rivoluzione di popolo antimperilaista ed ecologista che, nella pratica quotidiana, oltre alla lotta armata, conduce una lotta per la liberazione della donna, la collettivizzazione delle risorse e del lavoro, malgrado tutte le contraddizioni esistenti in Medio Oriente. Ho potuto verificare l’alto livello di solidarietà reciproca tra le persone. In Medio Oriente il valore della solidarietà è molto più sviluppato che da noi, al di la di zone di guerra o meno.

Che cosa hai imparato da questa esperienza? La rivoluzione alla quale hai contribuito è per te un punto di arrivo o una ripartenza? Quale è stato il metodo principale per trattare le contraddizioni con le quali hai dovuto fare i conti durante la tua esperienza sia di solidarietà civile che di guerra?

Si tratta senza dubbio di un punto di partenza perché ho potuto scoprire e sperimentare un quotidiano diverso durante il quale si trattavano le questioni con modalità politiche che non ho mai avuto modo di vedere qui da noi in Italia. Si tratta per me anche di un punto di arrivo dal punto di vista internazionale rispetto alla difficoltà di integrazione di fronte ad una cultura totalmente diversa dalla nostra. Ad esempio la religione, molto sentita laggiù in Medio Oriente ma, alla fine, queste non sono contraddizioni ma si tratta di differenze di carattere culturale. Ti rendi conto che la loro rivoluzione è agli inizi e ci vorrà ancora del tempo per scardinare arretramenti culturali e sottomissioni di migliaia di anni. E’ una problematica che tutti gli internazionalisti occidentali giunti in Rojava hanno dovuto affrontare.

Come anarchico ho fatto i conti anche con la disciplina, in particolar modo quella militare anche se ne ho compreso la necessità intesa come responsabilità anche verso i tuoi compagni, in particolar modo durante le operazioni di guerra. Malgrado le necessarie gerarchie militari il ruolo dei comandanti è tale durante le azioni militari ma, a livello sociale e conviviale, saltano le gerarchie. Si mangia insieme si cucina insieme e si vive insieme il quotidiano senza differenze sociali, di ruolo o di comando.

Ma la contraddizione principale è stata il necessario intervento aereo degli USA. Purtroppo le guerre, anche quelle rivoluzionarie, impongono tatticismi particolari che favoriscono l’avanzamento verso l’obbiettivo rivoluzionario. Del resto anche durante la guerra di liberazione in Italia i partigiani, comunisti o anarchici, usufruivano di qualche supporto logistico o militare da parte delle truppe alleate che facevano capo a nazioni imperialiste. In un conflitto così ampio non è possibile smarcarsi e fare i sofisti. C’è in gioco la vita di milioni di persone e le alleanze tattiche sono necessarie. La contraddizione maggiore è stata questa.

Quali sono stati gli insegnamenti principali che ritieni ti possano essere utili sia dal punto di vista personale che dal punto di vista rivoluzionario in generale?

In Rojava, tra i partiti e i movimenti che partecipano alla rivoluzione, esistono differenze e alcune criticità. Ho potuto osservare e praticare il metodo con cui si affrontano queste contraddizioni e le tensioni che possono nascere. L’esperienza ad affrontare e capire le diversità delle persone. Ho imparato a mettermi nei panni degli altri e comprendere il motivo per cui esistono certe contraddizioni. Ho rafforzato la mia capacità di analisi e di comprensione che mi hanno aiutato nel cercare di risolvere i problemi discutendone per poi trarre una sintesi condivisa per superare tensioni e differenze.

La cosa principale che ho appreso è il metodo autocritico. Critici e autocritici per crescere e fare tesoro dei propri errori per non commetterli più. Si cercava di assumere gli orientamenti positivi al di la della formazione politica di appartenenza e di socializzarli unendo le parti migliori del maoismo, del marxismo leninismo o dell’orientamento anarchico, etc, per tentare di rafforzarci ideologicamente. Ad esempio con le componenti dell’ IFB formato da compagni maoisti e ML che hanno una struttura separata da JPG, nel quale ho militato, avevamo un rapporto sia umano che politico e capitava spesso di trovarsi insieme anche durante le operazioni.

Sei dunque ripartito per il Rojava la seconda volta guidato dall’immagine delle brigate internazionali della guerra di Spagna. Come definiresti la tua concezione di internazionalismo, una concezione di carattere specificatamente proletaria o puramente di aiuto reciproco tra popoli.

Ritengo che l’internazionalismo significhi sostenere le rivoluzioni. Il supporto umano di aiuto tra i popoli e quello politico rivoluzionario viaggiano insieme. Si tratta anche di una palestra, di una scuola e di un allenamento per imparare pratiche che potresti esportare, in altre situazioni e condizioni, all’interno di altri Paesi. Intendo quindi giusto sostenere le rivoluzioni in altri Paesi. In Rojava la richiesta di internazionalisti non è fine a se stessa. Gli internazionalisti che intervengono nella rivoluzione del Rojava hanno il compito di far comprendere meglio la situazione nei propri Paesi di origine dopo avere fatto esperienza sociale, politica o militare.

I compagni in Rojava ci chiedono di tornare nei Paesi di origine per comunicare e fare comprendere la rivoluzione e cosa c’è dietro.

Come pensi di poter quindi di poter utilizzare la tua esperienza e quello che hai appreso durante la tua azione internazionalista in Rojava, nel tuo Paese d’origine?

Non è possibile praticare, “pari, pari”, la rivoluzione del Rojava qui in Italia. Qui non c’è una guerra che fa aumentare sensibilmente la solidarietà tra le persone e tra tutto il proletariato. Le modalità e le condizioni sono molto diverse anche dal punto di vista sociale. E’ necessario fare una corretta analisi della società del nostro Paese, una analisi che ci costringe ad evolverci come del resto si evolve e si modifica il capitalismo nelle sue forme. Non possiamo restare fermi agli anni 70′ o alle immagini delle grandi rivoluzioni del passato. Dobbiamo prendere il meglio da esse mettendolo in pratica nella moderna società occidentale a guida capitalista. La guerra aperta, senza dubbio e paradossalmente, fornisce condizioni migliori dal punto di vista rivoluzionario e della solidarietà. Il lavoro vero secondo me deve essere fatto all’interno dei movimenti rivoluzionari. Un lavoro di critica e autocritica che crei le condizioni per muovere in un unico fronte.

Non crediate che in Rojava sia scattato tutto così, dall’oggi al domani. C’è stato (e c’è tutt’ora) un lavoro enorme dal punto di vista ideologico e culturale, un lavoro che, nel mezzo di una guerra, sta dando i suoi frutti creando autonomia e autorganizzazione. Se non ci fosse stato un lavoro lungo trent’anni dei compagni del movimento curdo e del PKK non ci sarebbe stata la rivoluzione che è in corso adesso. Anche qui in Europa è necessario fare questo lavoro.

Nel nostro Paese non c’è una guerra guerreggiata ma dobbiamo dire che esiste una vera e propria guerra non dichiarata contro il proletariato. Una guerra fatta di soprusi, repressione, morti sul lavoro e licenziamenti…

…La situazione in Europa è una situazione di guerra non dichiarata, mascherata, è vero, ma esiste un problema di carattere culturale e ideologico da scardinare. A mio parere questa situazione si sviluppa e può avere buon gioco, anche a causa del più generale “senso comune” che interpreta queste misure repressive, come una forma di maggior sicurezza sociale. E’ necessario scardinare queste contraddizioni insite nel proletariato. So bene che le rivoluzioni sono atti violenti, non ci può essere rivoluzione senza combattere armi alla mano ma è necessario che vi siano determinate condizioni. Ad esempio, in Bakur, si è arrivati alla guerra con l’esercito turco a seguito della creazione dell’autonomia e il controllo di altre città da parte del movimento curdo.

Molti movimenti di massa in Europa, come ad esempio quello dei gilet gialli, hanno al loro interno diverse ideologie è vero ma non essere presenti tra quei movimenti è sbagliato. Si deve essere presenti per dare battaglia contro le tendenze fasciste e razziste interne a quei movimenti popolari affrontando le mille contraddizioni ed anche saperle sfruttare per raggiungere l’obbiettivo rivoluzionario .

Esistono differenze sostanziali, sia di carattere militare che politico tra la campagna per la liberazione di Raqqa e la difesa di Afrin?

Certo che esistono è chiaro. La campagna di Racca era partita nel 2016 ed è durata 8 mesi mentre la guerra in città ci ha impegnato per altri 4 mesi. Dal punto di vista militare, oltre alle forze curde presenti sul terreno, durante la campagna per Racca, abbiamo avuto il supporto aereo della così detta “coalizione internazionale”che veniva utilizzato a seguito delle individuazioni di obbiettivi ISIS che via terra sarebbero stati difficile da distruggere. Per la liberazione, malgrado il supporto aereo della coalizione, sono caduti migliaia di compagni. Ma oltre al supporto aereo non abbiamo avuto aiuto e non sono state consegnate dagli americani armi pesanti da terra, ma venivano usate solo da loro.

A Raqqa, però, a differenza di altre operazioni nelle quali erano impegnati soltanto i curdi e i compagni internazionalisti, c’è stata una enorme presenza di combattenti arabi che si erano uniti all’SDF. Da quando è partita l’operazione Raqqa, molti arabi si sono uniti all’SDF lasciando a terra centinaia di morti. La presenza e il sacrificio degli arabi è stata di essenziale importante per superare le resistenze etnico culturali fomentate dagli imperialisti USA e altri nemici.

Ad Afrin la guerra invece ha riguardato il più potente esercito della NATO avente uomini, mezzi e tecnologie molto avanzate. Ad Afrin si tratta di una guerra di resistenza che ancora adesso si sta combattendo grazie anche alla presenza di colline e montagne dove la popolazione curda ha combattuto da sempre. Ma contro l’aviazione e la tecnologia avanzata dei turchi invasori, si può fare ben poco se non adottare tattiche di guerriglia.

Quando è stato chiesto il supporto delle forze governative siriane, la risposta del regime di Assad è stata negativa e non potendo avere alcun supporto aereo capace di contrastare gli invasori dell’esercito turco tutto è diventato più difficile.

Raqqa è stata liberata dalle forze arabe sostenute dalla coalizione internazionale, dai curdi, dal IFB e dallo YGP, etc , tutte formazioni militari, mentre Afrin è stata difesa da tutta la popolazione, da ogni parte del Kurdistan siriano sono giunti uomini pronti alla morte per difendere Afrin anche se consapevoli dell’enorme divario militare tra noi e l’invasore turco. Le altre battaglie nel nord della Siria erano state tutte battaglie combattute in campo aperto, una guerra di posizione con il supporto aereo. Ad Afrin si è dovuto modificare la tattica per evitare un massacro, considerato il grande divario militare tra il movimento curdo e l’esercito più potente della NATO. Ad Afrin si è ripresa la tattica della guerriglia che il movimento curdo conosce molto bene per il fatto di averla dovuta praticare da sempre.

Inoltre, ad Afrin, sono state lasciate delle cellule del movimento di liberazione curdo grazie alle quali è cresciuto il rapporto con la popolazione senza il quale sarebbe impossibile qualsiasi tipo di resistenza,. Frutto dell’esperienza in Bakur e Bashur. La resistenza di Afrin è una resistenza popolare.

Oggi, siamo di fronte all’aggressione dell’esercito turco e si attendono altri attacchi che preannunciano una possibile invasione del Rojava. Come credi si possa sviluppare la situazione anche dal punto di vista della resistenza del movimento curdo?

Purtroppo, dal punto di vista militare, contro l’esercito più potente della NATO, si può fare ben poco. Da marzo in poi la confederazione democratica ha cercato un dialogo (purtroppo senza alcun risultato positivo) anche con il regime di Assad ed era prevedibile anche l’abbandono da parte degli USA in quanto gli Stati Uniti hanno perso il confronto con Assad e con la Russia nel panorama della guerra all’ISIS e dell’influenza nel Nord della Siria. Per gli USA, rimanere sul terreno, non sarebbe stato più conveniente, ne a livello logistico, ne dal punto di vista economico.

Se la Turchia attaccasse sarebbe una guerra distruttiva e la mia opinione è che la Turchia potrebbe trovare un accordo riconoscendo Assad e la Siria soltanto in seguito a libere elezioni che sanciranno la vittoria scontata di Assad. Il nuovo attacco contro i curdi avviene proprio a ridosso delle prossime elezioni in Turchia e le operazioni militari potrebbero spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi sociali e politici interni allo Stato Turco con la guerra contro i così detti “terroristi” .

I compagni e le compagne non si tireranno certo indietro malgrado la disparità militare e non faranno certo vivere tranquilli gli invasori come non li stanno facendo vivere tranquilli ad Afrin. La consapevolezza della popolazione è forte e quindi sarà una popolazione molto meno governabile di prima dagli imperialisti da qualsiasi parte provengano.

Ma, con la guerra imminente, penso che anche qui, in Europa, sia necessario muoversi e muoversi subito.

Bisogna sollevare le contraddizioni interne agli Stati imperialisti che sono protagonisti e ci guadagnano dalla guerra e renderle evidenti alle masse popolari per fare comprendere che le motivazioni della guerra degli Stati imperialisti sono di carattere economico e per il predominio delle risorse e che gli Stati imperialisti cambiano alleanze opportunisticamente a seconda dell’interesse economico: vendita di armi, controllo delle risorse, etc. Mentre la lotta della confederazione democratica della Siria del nord è una lotta rivoluzionaria, antimperialista, ecologista e per la liberazione della donna e non ha bisogno di scendere a compromessi dal punto di vista politico e sociale. Quello che possiamo fare qui in Europa è cercare di tenere il fiato sul collo ai governi coinvolti, lottando contro le fabbriche di armi come Leonardo in Italia, portando avanti una lotta contro la guerra imperialista ed il capitalismo di guerra. Così come sanzionare altre aziende civili che fanno affari con lo Stato turco. In Italia molte aziende civili sono passate nelle mani turche o fanno affari con la Turchia. Quando è stata attaccata Afrin in Germania sono state molte le azioni che hanno provocato molti danni economici, contro le aziende che facevano affari con la Turchia, anche qui in Italia sono stati fatti molti sanzionamenti di questo tipo. E’ necessario continuare per cercare di attaccare anche economicamente chi sostiene la dittatura di Erdogan. La guerra è in Siria ma la abbiamo anche a casa nostra con molte aziende e banche che danno sostegno agli aggressori fascisti turchi- Le azioni possono essere di diverso genere da quelle diplomatiche (che però io personalmente non sostengo) all’azione diretta che vanno tutte bene per fermare l’invasione.

Certo è che sarà difficile che questo accada perché con l’abbandono USA del suolo Siriano è quello che si prospetta. Agli USA conviene vendere armi alla Turchia per combattere la confederazione democratica della Siria del nord piuttosto che sostenere un movimento rivoluzionario che potrebbe creare non pochi problemi alla più grande potenza occidentale come gli USA.

Il sostegno militare USA ai curdi e agli arabi in Siria è stato un sostegno aereo, non certo hanno lasciato loro armi pesanti di terra che avrebbero potuto essere usate contro gli stessi USA nel caso avessero cercato di fermare la lotta rivoluzionaria. Usavamo Kalascnicov degli anni 70’ pensate un po…

Quando l’esercito turco ha schierato 20.000 uomini dell’FSA (gruppi fondamentalisti islamici), centinaia di mezzi al confine con la Siria gli Stati Uniti non hanno reagito ne diplomaticamente ne militarmente. Le dichiarazioni di guerra di Erdogan erano dirette anche agli USA. Ma per gli USA mettersi contro un membro della NATO sarebbe stato catastrofico. Meglio avere un amico ricco piuttosto che un nemico ricco.

English

Interview with Paolo Pachino, an Italian internationalist anarchist who has been supporting the Rojava revolution on the battlefield, fighting with the YPG international battalion.

Which political analysis convinced you to leave for Syria?

I left at the time when I was getting more and more interested in the voices of a revolution spreading from Rojava. Soon after my return to Turin, the “Caravan for Rojava” was set up: it was a town meeting attended by anarchists and communists supporting the revolution with economic aid and more. I went to Kurdistan in 2014 for the first time and arrived in Bakur (Turkish Kurdistan) during the resistance of Kobane. I intended to see for myself that those voices spoke the truth and not propaganda, so I decided to go there again to have an insight into the revolution workings. There I could actually witness the implementation of an anti-imperialist revolution aiming to the women liberation and environmentalism, facing all the obstacles that ethnic clashes put on the way.

At the beginning of 2016 I arrived in Rojava for the first time and started to work as a civil and social worker; my heart was filled with hope as I saw people trying to build a new society despite all the difficulties brought by war. Then I went to Rojava again in August 2016 and decided to join the YPG as a combatant on behalf of the revolution I had met during my first stay. It was an environmentally-friendly and anti-imperialist revolution leading a daily armed struggle and fighting for the women liberation, the collectivization of the resources and of labour, despite all the contradictions existing in the Middle East. I witnessed a high level of solidarity towards one-another. In the Middle East the value of solidarity is much more important than here, no matter if we talk about war zones or not.

What did you learn from that experience? Do you consider the revolution to which you contributed either as a point of arrival or rather as a new start? What was the best way to deal with the contradictions that you had to cope with when you experienced both civil and war solidarity?

No doubt it was a starting point as I had the chance of finding and experiencing a different daily life in which the several issues were addressed with a kind of policy that I have never seen applied here in Italy. For me it was also a point of arrival as an internationalist, in relation to the difficulties of integrating in a culture that is completely different from our culture. Religion, for example, is very important there in the Middle East but, after all, we are talking of cultural difference and not of contradictions. You come to realize that their revolution is just at its start and it will take time to undermine the backwardness and the subjugation that are thousands of years old. It has been a problem faced by every western internationalist there in Rojava.

As an anarchist I had also to cope with discipline, especially the military one, even though I realized it was necessary. Discipline means being responsible towards your comrades, mainly during war operations. Despite the required military hierarchies, the commanders’ role is such during military operations; on the contrary, when it comes to social and human relations, any hierarchy disappears. You eat together, cook together, and live your daily life together with no social differences, no difference in roles or power.

The main problem was the required US aerial intervention. War unfortunately, even revolutionary war, requires special tactics enhancing the progress towards the revolutionary objectives. In fact, even during the Italian liberation war, the partisans, were they communist or anarchist, took advantage of some logistic or military support from allied troops belonging to imperialist countries. In such a large conflict you can’t pull out or be a sophist. Million people’s lives are at stake and tactical alliances are required. That was the greatest contradiction.

What were the main teachings you considered useful on both a personal and a revolutionary level?

In Rojava there are some differences and critical issues among the parties and movements taking part in the revolution. I had the chance of observing and practice the way contradictions are there addressed, as well as the tension that may rise. I experienced how to face and understand the differences among the people. I learned to put myself in other people’s shoes so to be able to understand the reason of some contradictions. I also improved my ability to analyze and understand: it helped me to try to solve the problems by discussing and then draw a common conclusion to overcome all tensions and differences.

The self-critical approach was the main thing I have learned. Being critical and self-critical to grow and learn from your own mistakes in order not to repeat them anymore. We tried to learn positive guidelines beyond our personal political education, and then compare them by joining the best of Maoist, Marxist-Leninist or anarchical approaches together. The purpose was to strengthen our ideology. With the IFB for instance, made up of Maoist and Marxist-Leninist comrades, which was different from the YPG, we had both human and political relationships and often happened to be together also during the military operations.

Well, you left for Rojava for the second time, led by the memory of the International Brigades of the Spanish Revolution. How would you define your own idea of internationalism? Is it a proletarian characteristics or rather a kind of mutual aid among the peoples?

I believe that internationalism means to support revolutions. There is a relation between human and revolutionary aid. It is a kind of training where you learn something you might export to other contexts and situations in other countries. It is right to support revolutions in other countries. In Rojava the request of internationalists is not just for its own sake. The internationalists have a social, political or military experience that enables them to better explain and convey the sense of the events in Rojava to their home countries. Rojava comrades are asking us to come back to our home countries to talk about the revolution and what is behind it.

How do you think you can apply your internationalist experience and all you have learned in Rojava to your home country?

You cannot bring the Rojava revolution straight here in Italy. Here there is no war capable to enhance solidarity among the people and the proletariat. The context and the means are very different even from a social point of view. We need to start a proper analysis of our society, and we are asked to evolve, as well as capitalism is evolving in all its forms. We cannot stick to the ‘70s o to the pictures of the great revolutions of the past. We need to make the best of them, and implement it in the modern western society let by capitalists. No doubt open war provides better conditions to practice solidarity from a revolutionary point of view. That is a paradox. I think that we need to work hard inside our revolutionary movements. We should persist in the criticism and self-criticism in order to set the basis for moving forward as one front.

Do not think that in Rojava everything started all at once. In the middle of a war, a great deal of work has been done in the ideological and cultural field, giving birth to autonomy and self-organization. But for the three decades’ work conducted by the Kurdish movement and PKK comrades, there would be no revolution currently under way. We need to do the same job here in Europe.

In our home country we are not facing an ongoing war, yet we must say that there is a true undeclared ongoing war against proletariat. It’s a war made of injustice, repression, worker deaths and layoffs…

Right. In Europe, there is a kind of undeclared and hidden war, but first we have a cultural and ideological obstacle to overcome, a widespread “common sense” representing those repressive policies as a kind of greater social security. We need to undermine those contradictions inherent in the proletariat. I am aware that revolutions are violent acts as there cannot be any revolution without guns blazing. Yet a revolution requires certain conditions. In Bakur, for instance, the war against the Turkish army started after the Kurdish movement establishment a self-government and took control of some towns.

In Europe, there are mass movements, such as the French “Gilets jaunes”, inspired by different ideologies, and I think we should participate in their protests. We must fight the fascist and racist tendencies inherent in those popular movements, taking advantage of the existing contradictions in order to achieve the revolutionary objectives.

Is there any difference between the battle for the liberation of Raqqa and the battle for defending Afrin? I mean, from a military and a political point of view?

Sure there is. The battle for Raqqa started in 2016 and lasted for eight months, followed by the war inside the city, which kept us busy for four months more. At that time, we were being backed by the Kurdish forces fighting on the battlefield besides the air strikes of the so-called “international coalition”. The air strikes intervened every time ISIS targets had been spotted and were difficult to destroy on the ground.

During that battle, thousands of comrades were killed. The US military support was only made of air strikes and the heavy weaponry on the ground was never delivered to us, being used by them only.

Unlike the previous military operations conducted by Kurdish and internationalist comrades, a huge number of Arabic fighters who had joined the SDF participated in the battle for Raqqa and hundreds of them died. The Arab fighters involvement and sacrifice has had a crucial role to overcome the ethnic and cultural opposition stirred up by the US imperialists and the other enemies.

In Afrin on the contrary, the war was waged by the most powerful NATO army equipped with the most advanced weapons, soldiers and technology. The Afrin war is an ongoing resistance war that can continue thanks to the number of hills and mountains where Kurdish people have always been fighting. You cannot but take to the guerrilla tactics if you face the air forces and the advanced technology of the Turkish invaders.

When the SDF asked for Syrian army support, Assad’s answer was negative, so it was very difficult to resist to the Turkish invasion without air strikes.

Whilst Raqqa was liberated by the Arabic forces that were supported by the international coalition, by the Kurds, the IFB, the YPG and other military forces, Afrin staged the resistance of its entire people: from every corner of Syrian Kurdistan came fighters ready to die in order to protect it. Everybody was aware of the great military gap between Afrin population and the Turkish invaders. The battles that had previously taken place in the north of Syria in the open field, with a position war and the intervention of the aviation. In order to avoid massacres, tactics were modified and guerrilla became the only way to fight against the powerful Turkish army. The Kurdish movement has had a long experience in guerrilla tactics so applied them in Afrin. A few cells of fighters were left in the city to strengthen the resistance of the population; without the people of Afrin, any kind of resistance would be impossible. The people of Afrin followed the path of the resistance led by the Kurdish movement in Bakur and Bashur: the resistance of an entire people.

Today we are dealing with the Turkish army aggression and we are expecting further attacks that might end up with the invasion of Rojava. What in your opinion might be the possible developments of the situation in Rojava from the Kurdish movement point of view?

I am afraid there is little they can do militarily against the second most powerful NATO army. Since last March the Democratic Syrian confederation has been seeking dialogue with Assad’s regime but without success. Even the US departure from Syria was obvious as the US have lost the military confrontation with the Syrian regime and Russia on the ground of the war against ISIS and of their military influence in northern Syria. Staying there is no longer convenient for them, neither logistically nor economically.

If Turkey attacked, the war would be destructive. They could decide for an agreement with the Syrian government recognizing Assad’s leadership in Syria after free elections that he would surely win. The current attack against the Kurds is being carried on short time before the next round of elections in Turkey: the military operations might shift the attention of the public from the internal social and political problems to the war against the so-called “terrorists”.

Despite the military gap, our comrades will never retreat and let the invaders live a peaceful life, in the same way as they are not letting them live a peaceful life in Afrin now. The population is well aware of that and it will be hard for the imperialists, whatever part they come from, to rule over it.

War is getting nearer and I think that also here in Europe, we need to do something now.

First we need to analyze the internal contradictions among the imperialist countries that lead the war and take advantage from it; then we must make those contradictions clear to the masses in order to let the masses understand the economic character of the imperialist countries’ wars. The main purpose of these wars is to get control over the resources and we know that imperialist countries change allegiance according to the profit they may earn from the arms sales or resource control. The Democratic Federation of Northern Syria on the contrary leads a revolutionary, anti-imperialist, ecological and for the women liberation struggle, they really don’t need to make compromises in political and social terms. Here in Italy we can try to breathe down on the involved governments’ necks, struggling against the weapons factories such as the Italian “Leonardo”, punishing the companies that do business with Turkey and combating the imperialist war and war capitalism. Soon after Afrin came under the attack of the Turkish army, the companies doing business with Turkey in Germany were sanctioned with actions that caused serious economic losses, and the same occurred in Italy. We need to keep on doing this sort of actions in order to attack Erdogan’s supporters on an economic level. War is carried on in Syria, but we have a war also here at home as there are companies and banks supporting the Turkish fascist oppressors. There is a lot we can do, from the diplomatic level – I am not a fan of that – to the direct action: everything is useful to stop the invasion.

It is certainly difficult to stop the invasion when we see the US army leaving Syrian territory. The US would rather sell weapons to Turkey to fight against the Democratic Federation of Northern Syria than support a revolutionary movement likely to cause problems to the greatest western power.

The US military support to the Kurds and Arabs has been limited to the air strikes; they have never handed their heavy weapons on the ground to the Kurds, as they were afraid that those weapons might be used against the US army once the US decided to stop the revolution in Rojava. Imagine that… we have been using the Kalashnikovs that traced back to the ‘70s!

When the Turkish army deployed the 20,000 men of the FSA (Islamic Fundamentalist groups) and hundreds of military vehicles on the Syrian border, there was no reaction from the US, either on a diplomatic or a military level. Erdogan’s war declarations were also addressed to the United States. For the US it would be a catastrophe to move militarily against a NATO member. Better having a rich friend than having a rich enemy.

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