Di nuovo qui nella Siria del Nord. Scritti e riflessioni appena giunto in Rojava nel Marzo del 2018,

Ci sono racconti ed istanti che riesci a condividere solo dopo tanto tempo, questi testi lo scritti in Siria, appena giunto per la seconda volta in Rojava, era il mese di Marzo del 2018, adesso a distanza di 10 mesi ho deciso di pubblicarli perchè alcuni istanti, momenti ed eventi si possono solo scrivere quando si e da soli.

Se mi chiedono cos’è la guerra io ancora non so rispondere, perchè la guerra e le armi ti cambiano in meglio e in peggio e certi ricordi li puoi solo scrivere.

Di nuovo qui

Di nuovo qui, nel Nord della Siria, varcare il confine ti riempie il cuore di gioia; una felicità che cercavo da tanti mesi, finalmente sono riuscito a raggiungerla!  Molti compagni e amici non ci sono più. La prima volta che avevo messo piede in Rojava non avevo ancora perso dei compagni, ora si: molti sono morti a Raqqa, altri ad Afrin. L’avevo messo in conto. Dall’altronde si convive con gli Sheid (martiri), anche se tutti i compagni e le compagne sorridono sempre, è sempre un sorriso un po’ falso; dietro quel sorriso, dentro gli occhi, c’è dolore, stanchezza, fatica, ma anche immensa felicità nel percorrere il sentiero. Tornato in Rojava pensavo alla mia Unità, la prima con cui ero stato, un’Unità mista, kurdi e arabi, molti ragazzi giovani, ma sempre sorridenti. Ero arrivato da loro alla fine di settembre 2016, non sapevo una parola di kurdo, ma cercavamo di capirci. Il primo giorno, il comandante dell’Unità, Haval Cekdar, mi invitò in camera sua a bere un Chay e mi disse, con l’aiuto di un compagno che parlava inglese, che nell’Unità si vive collettivamente, si condivide tutto e che quando si vede un compagno da solo o giù di morale bisogna avvicinarsi e non lasciarlo da solo a pensare. Siamo in guerra e non si può pensare al dolore, perché i brutti pensieri buttano giù il morale, e se uno è triste siamo tutti tristi. Poi continuò, e mi disse che se vedevo i compagni giocare pesantemente, se li avessi trovati pressanti con me, di non farci caso, diceva di stare al gioco per alzare il morale, erano molto giovani e orfani e quindi disse di assecondarli, e disse che il mio arrivo aveva messo felicità, vedendo un compagno internazionale. Lui era di Suruc, la prima città del Kurdistan turco in cui ho messo piede, e mi disse quale sarebbe stato il mio responsabile squadra. In quei i giorni i compagni erano sempre gentili con me, c’era Barxwadan che masticava un po’ di inglese e mi stava sempre vicino. Quando cercavo di isolarmi, per ascoltare la musica, c’era sempre qualcuno che veniva a fianco a me. Dopo una settimana abbiamo cambiato base. Stava per iniziare il Parwarde ideologico, in tre lingue, kurdo, arabo e turco. Io non lo seguivo perché tanto non ci avrei capito nulla. Quasi tutto il giorno me ne stavo da solo, perché i compagni facevano il Parwarde. Pensavo molto, non sapevo nemmeno bene dov’ero geograficamente. Mi sentivo solo, riuscivo a comunicare poco ed ero arrivato nell’Unità per caso: dovevo andare nell’Unità di armi pesanti, ma mi avevano portato in un’Unità di movimento. Tra me e me dicevo: non voglio andare subito al fronte, non so la lingua, non so combattere e ancora non avevo capito bene come funzionava nello Ypg. Ero in un Unità di movimento, la cosiddetta fanteria, ero finito lì per caso e mi ero trovato bene. Quando finivano i Parwarde, i compagni erano sempre allegri, alcuni giocavano, si cucinava, si beveva il chay. La solitudine e i pensieri passavano. Una sera c’era il Moral, non sapevo cosa fosse, tutti lo nominavano, dicevano “Haval stasera Moral!” intorno alle 17 arrivarono altri compagni e gruppi di YPJ. Mi chiedevo, cosa succede? Capii poco dopo cos’era il Moral, un momento per stare tutti insieme, mangiare dolcetti e bere chay. Ci sedemmo in cerchio e ognuno cantava una canzone o diceva una barzelletta, poi iniziarono i tradizionali balli kurdi. Cercavano di coinvolgermi, vedendomi in disparte, si ballava e si cantava, sparammo pure dei razzi in aria; era vietato, ma il comandante non disse nulla. In pochi giorni mi affezionai a loro, Haval Cekdar, il compagno di Suruc, si sedeva sempre vicino a me, mi abbracciava e mi chiedeva se gli facevo vedere il vocabolario italiano-kurdo, cercava di imparare qualche parola in italiano per farmi felice. Quell’unità mi piaceva molto, anche se le barriere linguistiche erano molto difficili, la felicità per la lotta ci univa. Dopo tre settimane andai via, mi portarono verso l’unità di armi pesanti, ecco la mia destinazione, quasi non volevo andare, mi ero affezionato a loro, ma non riuscivo a spiegarmi. Ci salutammo calorosamente, una stretta di mano, applausi e abbracci, come si fa nello YPG. Alla fine tornai all’accademia degli internazionali, non potevo seguire i corsi di armi pesanti, stava per partire l’operazione Raqqa. Sono rimasto sempre molto legato a quell’Unità, pensavo molto a loro, mi chiedevo dove fossero, in quale fronte, o se nelle retrovie. Ero rimasto molto legato a loro. Quando sono ritornato per la seconda volta in Rojava ho chiesto dell’unità Sheid Esref, era questo il nome dell’Unità, alcuni compagni mi dissero che erano stati a Tabqa, che tenevano un fronte li ed Haval Cekdar era il responsabile.

Aprile 2018.  Il ritorno all’Accademia degli internazionali.

Ci sediamo a tavola per mangiare, arriva Haval Sipan, e mi dice, “tu eri con l’unità di Tel Tamir?” Io rispondo di “sì”, chiedo “come stanno, tutto ok? Erano a Tabqa e Raqqa”, e molto tranquillamente mi dice, “sono tutti caduti ad Afrin, la loro base è stata bombardata” “Ma l’unità Sheid Esref?” Lui dice “sì”, io continuo: “… ma tutti caduti? …Sicuro erano loro?” E Haval Botan: “li avevamo beccati a Tabqa, Haval Sipan dice sono loro.”  Io resto in silenzio, Haval Delsoz risponde “Sheid Namirim” (i martiri non muoiono), io dico “ok va bene, è la guerra, Sheid Namirim.” Non mi piace farmi vedere triste o giù di morale, nessuno cerca di farsi vedere triste quando si è insieme.  In guerra quando si viene a sapere di compagni morti tutto procede come se nulla fosse, quella sorta di falsità di cui parlavo prima. Saputa la notizia, mi faccio una passeggiata e ripenso ai compagni, mi dico, la guerra è una merda, io ho scelto di venire qui, mentre alcuni compagni di quella Unità non l’hanno scelto di essere in guerra, non avevano possibilità, molti non avevano più famiglia. Altri invece avevano scelto di unirsi alla lotta, come me. I ragazzi sono così giovani che l’unica alternativa che hanno è combattere, non hanno scelta.

Quell’Unità mi aveva trasmesso molto, con loro avevo capito come funzionava all’interno dello YPG. Haval Cekdar, quando diceva di non rimanere da soli con il dolore, aveva ragione, perché se si è soli i pensieri girano per la testa, e pensi, pensi e pensi. Come stavo facendo io in quel momento.

Quindi ricordando le sue parole andai dai compagni e cercai di non pensare più a loro. Nonostante il dolore, la bruttezza della guerra, l’istinto di sopravvivenza, la paura… perché sono di nuovo qui? Perché di nuovo con un’arma in mano? Perché di nuovo a difendere i popoli della Siria del Nord? Detesto talmente tanto la guerra che ne faccio parte per combatterla, fa talmente schifo, che ci torno per fa sì che finisca. Si impara una cosa percorrendo i sentieri rivoluzionari, che la morte la mettiamo in conto, è il prezzo da pagare. La sofferenza ti rafforza e guardare ogni giorno i volti degli Sheid ti dà coraggio. Non possiamo fermarci a riflettere o a pensare troppo ai caduti. Qui si condivide anche il dolore. È un dolore che puoi condividere solo con chi, come te, è venuto in queste terre ed ha percorso insieme a te questi sentieri. Il resto delle persone ti sembra così distante, così irraggiungibile ai tuoi sentimenti ed alle tue emozioni. Molte volte ti chiedi: mi capiranno? comprendono il dolore e la felicità che si prova nel portare avanti una rivoluzione? Non mi sono dato una risposta, la risposta la darà la storia. Di una cosa sono sicuro, sto combattendo dalla parte giusta della storia, con gli oppressi e contro gli oppressori.

 

Un’anno fa

Un anno fa, nella notte tra il 24 e 25 Aprile, la Turchia ha bombardato Quereçox, noi eravamo distanti circa 500 metri dal comando centrale. Dopo il primo boato esco dalla camera insieme al compagno basco che era con me. Non capiamo cosa succede. Il compagno di turno ci dice che un aereo ha bombardato il comando. Ci sparpagliamo tutto intorno, a gruppetti. Le bombe per uccidere devono cadere a non più di 100 metri di distanza, è l’onda d’urto che ti uccide. In guerra impari anche questo. Ero senza arma, in maglietta e, a star sdraiato per terra, morivo dal freddo. Il comandante mi diceva di tenere la testa girata all’ingiù, io volevo guardare il monte che si illuminava dalla bombe, forse per sconfiggere la paura, o non so per cosa. Il ronzio degli aerei, fischio di tre secondi e botto, e giù così per due ore. Sentivamo anche esplodere dei colpi tipo di Kalashinkov. Ho pensato “ok i turchi stanno entrando”. Eravamo a 10 chilometri dalla Turchia. Non avevo un’arma, nulla, avevo già lasciato tutto al comando, stavo per tornare a casa, sarei partito il giorno dopo. Ero talmente schifato ormai dalle armi che la mia l’avevo lasciata indietro. Quando sentimmo i colpi, il comandante ci disse: “forse hanno colpito il deposito”. Ed io: ”ah ecco allora il perché delle esplosioni!”. Non avevo mai subito un bombardamento, guardavo senza parole, per la testa mi giravano solo pensieri, mi dicevo “magari adesso i prossimi saremo noi”. Morire senza nemmeno potersi difendere. Mi accendo una siga, ed il comandante mi dice di spegnerla, o ci individuano. Mi ricordo di avergli risposto: “il corpo umano emana calore, se vogliono ci colpiscono!” Volevo fumarmi la mia siga sotto le stelle, per cercare di non pensare. Ormai ero convinto che sarei morto. Dopo un’ora, ormai congelato dall’umidità della terra e dell’erba, corro verso la base e recupero due coperte e i giubbotti. Lo faccio anche se il comandante non vuole, non riuscivo più a resistere dal freddo! Alle 4:30 i bombardamenti cessano, ma rimaniamo a terrà fino a che non non arriva la prima luce. Oggi a distanza di un anno, sentendo i racconti di chi torna dal fronte di Afrin mi rendo conto che Quereçox in confronto non è stato nulla. “Che è successo?” chiedo al mio responsabile, “Quanti caduti ci sono?” Lui con un sorriso “tranquillo, nulla, pochi”. Io non ci credevo, quindi con il compagno basco e lo scozzese, li chiamiamo da parte e gli chiediamo che ci spieghino cosa fosse successo. I morti sono tanti, ed oltre al centro di comando sono state distrutte le basi delle YPJ. Ci chiedono nascondere la cosa ai compagni nuovi, che erano arrivati da meno di una settimana e ancora dovevano fare l’addestramento. Non volevano abbassare il morale ai nuovi arrivati che erano tutti poco più ventenni, alcuni diciottenni. Venuti come me dall’Europa si sono trovati subito immersi nella crudezza della guerra. Per tutto il giorno rimaniamo in giro, e la notte ci mettiamo a dormire tra le colline. A mente fredda penso che alla fine siamo stati fortunati ad essere nelle base degli internazionali: non ci hanno colpito per quello. Ma è quella fortuna che ti fa sentire in colpa, l’essere internazionale, non essere curdo o arabo, una sorta di privilegiato dal sistema. Per questo mi sentivo in colpa.  Una sera, dopo che ci siamo sistemati tra le colline per dormire, arrivano i responsabili e ci portano via, ci portano in un villaggio di civili. Arriviamo alle 23:30 e siamo accolti con molto calore da una famiglia, noi eravamo una decina, tutti armati. Avevo ripreso l’arma dopo il bombardamento. Ad entrare in quella casa, con l’arma in mano, davanti ai bambini, mi vergognavo molto. I bambini dovrebbero vedere giocattoli, non armi. Volevo sotterrare davanti a quei bambini, posai subito l’arma in un’altra stanza. Ci sediamo, ero molto imbarazzato. Si vedeva che eravamo stanchi, ci volevano offrire da mangiare, noi non volevamo disturbare, ma hanno insistito e così dopo tre giorni finalmente abbiamo fatto un pasto che non fosse solo pane e formaggini. Quella famiglia era così gentile e premurosa, sorridente e accogliente! Ci mettevano allegria, non ci lasciavano mai soli, chiacchiere su chiacchiere. Dopo una notte ed un giorno andiamo via. Altre volte invece andiamo a dormire in un container, è molto piccolo ma ci possiamo fare il chay e scaldarci. Eravamo nascosti lì, e io ridevo pensando a quando avevo detto ad un compagno che mi sarebbe piaciuto vivere in un container, è figo! …ed ecco che in Rojava venivo accontentato. Quel container, piccolo, caldo, con il fornello elettrico e il chay, ci aveva messo allegria. Pensavo sempre al compagno e alla compagna in Italia, e quando gli dicevo di quanto amavo i container. Il 29 ci furono i funerali. Derek era piena di gente, il Rojava si era fermato per noi, era tutto chiuso, il corteo funebre di macchine con le bare dentro era accolto a festa dai civili. Vedevo la vera rivoluzione, il sostegno di un popolo. Nonostante la tristezza per i caduti, il calore dei civili e dei compagni mi rendeva felice. Dopo il bombardamento volevo rimanere ancora in Rojava. Ero molto stanco però, era più una stanchezza mentale, erano 9 mesi che ero lì. La famiglia, gli amici e i compagni mi mancavano molto. Detestavo le armi e non volevo più quell’AK47 in mano, quelle granate. Vedere solo armi, uniformi e posti di blocco mi aveva stancato. Quando non si ha più la forza mentale meglio fermarsi, anche per non danneggiare il gruppo. 9 mesi erano stati molti per me, trascorsi tra momenti belli e brutti. Molti amici non c’erano più. Tornare all’accademia e non trovare più i compagni con cui avevo fatto l’addestramento. Del gruppo con cui mi ero addestrato tre erano morti tre erano rimasti feriti. Vederli ritratti su quei muri, tornare dopo mesi e rivedere i loro volti mi faceva molto riflettere. Sono stato fortunato, sto tornando a casa. Loro no. Sheid Barxwadan, Sheid Zana, Sheid Robin, Sheid Kawa Amed. I loro volti sono rimasti lì, appesi a quei muri, il mio ritratto invece è dentro un computer dello YPG. Dopo 9 mesi ero soddisfatto, mi ero ripromesso che ci sarei ritornato in Rojava. Per loro, per i caduti di Quereçox, per la rivoluzione. Sono andato via dal Rojava felice di essermi unito allo Ypg, nonostante le contraddizioni, che in guerra sono tante. Noi lottiamo contro il nemico, ma lottiamo anche dentro noi stessi. Sono quelle contraddizioni che non riesci nemmeno a condividere. La guerra la detesti ma la combatti e ci sei dentro, è qualcosa di più forte che ti spinge a ritornare. È la voglia di libertà e uguaglianza.

 

Paolo Pachino volontario internazionalista dello Ypg

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