Violare le misure cautelari, per viversi il presente e continuare a lottare

Il 12 Novembre, dopo essere ritornato dalla Siria ho deciso di costituirmi, su di me dal mese di Marzo pendeva un mandato d’arresto per violazione delle misure cautelari. Dopo qualche giorno vengo scarcerato e sottoposto agli arresti domiciliari, dove tutt’ora mi trovo.

Sono partito per la Siria a Marzo, avevo deciso di violare le misure cautelari che mi erano state imposte a inizio febbraio del 2018. Firmavo quotidianamente nella caserma dei carabinieri di Grugliasco e non potevo nemmeno vivere o passare da Torino, città in cui da anni in cui risiedo e sostenuto lotte, al fianco degli oppressi e contro gli oppressori. Tali misure erano state imposte a me ed altri 4 compagni e un compagno veniva arrestato il 9 Febbraio per gli scontri davanti al carcere delle Vallette la notte del 31 Dicembre del 2018, in cui il consueto saluto ai detenuti del carcere d Torino era stato un po più rumoroso del solito. Il processo di primo grado si e concluso più di due mesi fa, le condanne molto pesanti sono state di 3 e 8 mesi per Marcello, 3 e 4 mesi per Antonio, 2 anni e 9 mesi per Salvo, Quara e Giulio e un 1 anno e 4 mesi per me.

La giudice Minucci, sempre pronta ad emanare sentenze contro compagni e compagne, lo stesso giorno della fine del nostro processo di 1 grado, pronuncia un’altra sentenza con cui condanna a decine di anni di carcere compagni e compagne che si battono contro la Tav in Valsusa.

Il mio viaggio, programmato da mesi, non volevo rinviarlo per delle semplici misure cautelari, volevo ritornare in Siria per la 3^ volta e unirmi allo Ypg. Per questo dopo tanti giri, sono riuscito ad arrivare in Siria. Ero consapevole anche delle conseguenze che questa scelta avrebbe potuto portare, infatti dopo qualche giorno, le misura cautelare è stata aggravata, ed è stato emesso un mandato di arresto dalla procura di Torino. Sono stati 6 mesi belli, coinvolgenti e pieni di gioia, ma anche duri e difficili. Si sa la rivoluzione è bella, ma portarla avanti e sopratutto difenderla è molto difficile e lo capisci quando la pratichi, perché in un mondo patriarcale, sessista, autoritario e gerarchico non è facile uscire da questi schemi, trasformare una società e sopratutto se stessi. È vero, l’Occidente sembra allo sfascio, a volte si vive meglio in guerra, che in mezzo all’egoismo sfrenato dove tutto sembra impossibile, ma anche in Siria 8 anni fa era tutto impossibile.

Credo nella libertà e nelle lotta quotidiana, perché la rivoluzione in primis dobbiamo sentirla dentro di noi, credo non sia nemmeno facile, ma personalmente non voglio restare a guardare che tutto va a rotoli e voglio cercare il meglio intorno a me. Come già fanno tantissimi compagni e compagne che da anni in Italia, come in Europa, portano avanti lotte e resistenze, contro questo sistema che cerca di dominarci.

Quello che ho visto in Siria in questi mesi, è stata una confederazione Democratica, che nonostante la fatica della guerra, lotta, resiste e sopratutto si organizza. Ho deciso di ritornare perché, dopo quasi due anni nello Ypg, ho visto il meglio di una rivoluzione e le sue contraddizioni, ma quello che per me è importate è che lo Ypg lotta contro queste contraddizioni. Per questo mi sento Ypg a vita, non è un esercito invasore, colonialista o militarista, ma è un esercito di liberazione che i popoli li difende e soprattutto sta in mezzo al popolo. Questo mio terzo viaggio in Siria, mi ha fatto capire molte altre cose, che non avevo compreso prima, se tornassi indietro lo rifarei, ripartirei, non mi sono assolutamente pentito. Adesso affronto tutte le conseguenze di cui ero consapevole prima di partire. L’unico rammarico, non aver potuto difendere Afrin, essere arrivato dopo che è stata invasa, questo è l’unico rimorso, non essere arrivato prima. Riabbracciare i compagni, gli amici che tornavano da Afrin è stato bellissimo, non poter più rivedere altri amici, compagni no, non è stato bello, ma loro mi hanno dato la forza per continuare a lottare.

Si sa, quando si lotta si è automaticamente messi dal sistema e da chi lo governa, dall’altra parte ossia quella del torto. Quindi se sono dalla parte del torto, dico a chi pensa ciò, che è stato lo Ypg, a liberare una parte di Siria dallo Stato Islamico, è stato lo Ypg che ha difeso valorosamente Afrin e che resiste ancora in quei territori occupati dall’esercito turco e dalle bande jihadiste, ed è anche grazie allo Ypg e alle strutture civili che questa rivoluzione sopravvive, resiste e lotta. In uno scenario di guerra così ampio non è facile, sembrava impossibile, ma lì adesso è possibile, anzi è realtà. Adesso non si possono fare previsioni o dire se questa rivoluzione sopravviverà o quanto, perché questa rivoluzione non ha schemi imposti da nessuno e si sperimenta ogni giorno. Adesso è il momento di lottare, resistere agli attacchi del sistema.

Bisogna essere consapevoli dei rischi che può portare ciò, in guerra puoi morire, essere ferito. Qui in Europa, in un contesto diverso, puoi perdere la libertà, essere perseguitato dalla legge, tutto questo solo perché siamo stati messi nella parte del torto. Ma lotterò, insieme ai compagni e alle compagne, come ho sempre fatto, fino a quando non saranno loro, i potenti, gli sfruttatori ad essere considerati quelli dell’altra parte, quella del torto. Si sa quando si lotta, non veniamo accettati dai potenti e da chi li protegge.

Basta non aver paura ed essere consapevoli di quello che si fa e soprattutto bisogna crederci.

Questo ho imparato dalla Rivoluzione Confederale ancora in atto nel Nord della Siria.

Per questo sono ritornato per resistere e lottare, contro questo sistema capitalista-autoritario.

Se non ora quando? A me piace vivermi il presente e nessuno mai potrà fermare la lotta e il desiderio di libertà che quotidianamente cerco di portare avanti e praticare insieme a tanti compagne e compagni, per questo ho violato tali misure, senza nessun rimorso o rammarico.

Ogni mio gesto, ogni lotta la porto avanti sempre con i martiri nel cuore e pensando che nulla è impossibile, basta lottare, e lottando si può anche cadere, basta sapersi rialzare con più forza e grinta di prima.

La rivoluzione non deve essere un sogno, la rivoluzione per me è la realtà ed in primis deve partire da noi stessi anche sbagliando e commettendo errori, criticandosi e sopratutto sapersi autocriticare, pratica ben radicata tra i compagni e le compagne che difendono e diffondono la rivoluzione del Nord della Siria, ma assolutamente non facile da portare avanti.

La rivoluzione si è difficile e faticosa ma allo stesso tempo piena di gioia e amore.

La lotta è vita,

La vita è amore,

L’amore è rivoluzione.

Ci vediamo per le strade e piazze, quelle stesse strade che per anni ho percorso insieme a tanti compagne e compagni e amici a me cari.

Serkeftin.

Paolo Pachino, volontario internazionalista dello Ypg

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