Hajin e Deir Zor, scritto di Heval Tekoșer combattente italiano dello YPG

Riprendiamo dal profilo facebook di Orso, combattente italiano dello Ypg.

Daesh ha lasciato Hajin, e si è ritirato nei villaggi adiacenti. Il tempismo della Turchia fa pensare proprio ad una reazione per la perdita della città. L’invasione sembra imminente, ed in tal caso non penso terremo aperti due fronti; ci toccherà sospendere le operazioni a Deir Ez-zor, entrambi i nostri avversari condividono gli stessi valori e le stesse inclinazioni, e, vada come vada, ci troveranno sempre pronti a dare battaglia”

Arriviamo all’oleodotto che le luci del giorno si sono già spente. Il comandante di zona mi riconosce alla prima occhiata. È amichevole come sempre, ed una volta terminate le strette di mano ed i saluti di rito ci fa un breve riepilogo della situazione. Le cose vanno decisamente meglio rispetto all’ultima volta: siamo molto vicini ad Hajin, appena fuori dalla periferia della città, le difese sono solide, e le varie nocte sono state costruite con molto più criterio. Siamo disposti in una sorta di “Z”, con due linee che avvolgono la città ed una che copre il fianco. Ci raccomanda di non entrare per nessun motivo all’interno delle vecchie nocte; nel poco tempo che daesh ne ha preso possesso ha provveduto a minarle meticolosamente, lasciando armi e munizioni ben esposte per attirarci.
Dopo un paio d’ore arrivano due macchine a prenderci. Saliamo in fretta, senza neanche il tempo per le presentazioni, ma una volta in viaggio il compagno al lato del conducente si gira e mi fa: “piacere sono Marwan, Marwan il pazzo”, “piacere Tekoşer, e sono pazzo anch’io” gli dico. Ridiamo. Ha la faccia simpatica, ma anche l’aria di essere un osso duro. È da Kobane che combatte, e non sembra affatto stanco di questa vita. Capisco immediatamente il tipo; ho visto molti altri combattenti come lui: gente instancabile, capace di resistere giorni senza dormire, insensibili al caldo, al freddo, alla paura. Guidiamo a lungo, molto più a lungo dell’altra volta. Quando arriviamo ci invitano a bere il the all’interno di un Defender (grosso furgone blindato munito di torretta). Il çay è buono, e il comandante sembra un tipo affabile. Ci dice che due notti fa Daesh ha attaccato quella posizione, ma senza successo, perdendo quattro uomini, due motociclette, e diverse armi. Si premura inoltre di mostrarci tutte le coordinate del luogo su un tablet, una volta finito, ci dice che per quella notte non siamo di guardia, e che possiamo andare a riposare in una tenda che ha fatto montare appositamente per noi.
Con le prime luci dell’alba abbiamo modo di fare colazione e di guardarci meglio attorno. Si vede subito che il campo è di costruzione recente, infatti la presenza di rifiuti, topi, ed escrementi, è sensibilmente ridotta. La guerra sa essere un posto molto sporco a volte. Mi dirigo verso il punto più sopraelevato, in una grossa barriera di sacchi di sabbia che con gli altri compagni chiameremo “la nave” per via della sua forma singolare. Una volta raggiunta resto sgomento: Hajin è talmente vicina da sembrare un miraggio! Resto basito ad osservarla per qualche attimo, quando un compagno si avvicina da dietro, interrompendo il mio stupore. Si chiama Aras, ed è il caposquadra del gruppo che presidia “la nave”. Sono tutti Arabi, e nessuno sa il curdo, ma non so ancora come, in un tripudio di gesti e parole inesistenti riusciamo comunque ad intenderci . Ovviamente un bicchiere di çay con sovrabbondante dose di zucchero è d’obbligo in queste situazioni.
I giorni volano, e, a parte le interminabili sessioni di guardia notturne, e il tedio tipico del fronte, non si sta poi così male. Una buona parte delle nostre forze sta avanzando rapidamente in città. Chiediamo di poter fare altrettanto, ma dal comando generale ci viene detto di aspettare. Una sera dalla nocta accanto vedono del movimento fra le dune; certi di avere a che fare con dei ricognitori nemici, i compagni decidono di tendergli un imboscata. Ne catturano uno, e lo portano al nostro campo per interrogarlo. Quando vengo a sapere che il prigioniero è nella tenda a fianco mi precipito a vedere. Resto un po’ deluso: mi aspettavo le solite facce truci, gli occhi a pazzo, la barba incolta, ed invece mi trovo davanti un ragazzino. Ha una manetta allentata ad un polso, nella mano un bicchiere fumante di çay, ed è avvolto in una grossa coperta. Ha quattordici anni, è nipote di un Emir (comandante-leader) di Daesh, e suo padre era anch’egli un combattente nemico. Con una famiglia del genere quale altro futuro avrebbe potuto avere, mi chiedo. È un sabotatore, addosso gli sono stati rinvenuti gli strumenti utili a minare intorno alla base. Mangia come se non vedesse cibo da giorni, ed infatti è così, ci dice che in città hanno finito le scorte durante l’assedio, sopravvivono mangiando topi e serpenti che riescono a catturare. Aras e Marwan ci parlano a lungo, in un alternarsi di “poliziotto buono – poliziotto cattivo”, poi, quando decidono che può bastare, lo portano via in macchina. Credo che in fondo gli sia andata bene, vista la giovane età sono certo che un giorno lo YPG proverà a reintegrarlo in società in qualche modo.
La mattina che ce ne dobbiamo andare la città è più del 70% sotto il nostro controllo. Nella notte è stato respinto un grosso contrattacco, ed una cinquantina di Daesh hanno perso la vita. La tentazione di rimanere è tanta, ma il battaglione che rimpiazzerà quello di Heseke è composto quasi interamente da Arabi, ed intendersi in maniera efficace sarebbe sicuramente un problema. In più la situazione con la Turchia è più minacciosa che mai, ed il mio comandante a telefono mi chiede di rientrare. Daesh ha lasciato Hajin, e si è ritirato nei villaggi adiacenti. Il tempismo della Turchia fa pensare proprio ad una reazione per la perdita della città. L’invasione sembra imminente, ed in tal caso non penso terremo aperti due fronti; ci toccherà sospendere le operazioni a Deir Ez-zor, entrambi i nostri avversari condividono gli stessi valori e le stesse inclinazioni, e, vada come vada, ci troveranno sempre pronti a dare battaglia

 

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