Di ritorno dal fronte di Hajin, scritto da Heval Tekoșer combatente italiano dello YPG

Riprendiamo dal profilo facebook il racconto di Orso, combattente italiano dello Ypg, di ritorno dal fronte di Hajin.

La linea del fronte era situata ad una quindicina di Km da Hajin. La nostra nocta, come le altre, era circondata da barricate di terra (dette “satir”) su ogni lato, ed al centro si trovava un piccolo edificio di appena tre stanze. La nocta alla nostra destra era ancora più piccola, distava circa 200 metri; quella a sinistra, più o meno delle nostre dimensioni, ne distava su per giù 500. Una nuova linea di trincee era in costruzione, ma troppo avanzate, e quindi indifendibili. Un’ unità di assiri occupava la base a sinistra, mentre in quella a destra vi erano alcuni degli eremì di heseke che erano partiti con noi. Nel nostro punto vi era una unità di tiratori (ma male equipaggiata, visto che la maggior parte di loro era sprovvista di mirino al fucile), una di sabotaggio (anche loro senza alcuna sorta di mina o esplosivo), ed una di heavy weapons (1-2 humvee, 1-2 Dshke montate sul retro di pickup). Queste squadre non stazionavano fisse, parte dei loro membri andavano e venivano, e, in totale, non eravamo quasi mai più di una quindicina. Discutiamo col comandante per farci lasciare almeno una persona provvista di termal, che, comunque, vista la fitta nebbia che molto spesso ci avvolgeva proprio la notte, non poteva fare gran che.
I primi dieci giorni passano in relativa tranquillità, ma verso le 7 di mattina del giorno 21 vediamo le macchine blindate del nemico avanzare verso la nocta al nostro fianco. Sono due, munite entrambe di torrette, ed uno è un furgone, anch’esso rinforzato da pesanti lastre di metallo su ogni lato. Prendono la nocta accanto con molta facilità; al suo interno vi erano solo solo sei persone: due verranno uccise, uno verrà fatto prigioniero, i restanti tre riusciranno ad uscire dalla parte posteriore della nocta per continuare una debole, ma stoica, resistenza.
Le macchine continuano a muoversi lungo tutto il lato nord; avanzano e si ritirano, dopo brevi soste, nel tentativo di farci sprecare munizioni. Sfruttano le nostre trincee e quelle dell’altra nocta. Di tanto in tanto scaricano i loro combattenti qua e là, sempre al riparo dei numerosi satir. Cerchiamo di colpire la macchina a 200 m con il bisfing, ed in un paio di casi ci andiamo molto vicino; uno dei nostri razzi anticarro esplode a due passi dal retro del bus, ma senza gravi conseguenze.
Durante lo scontro ne ammazziamo diversi. Li vediamo trasportare a spalla i corpi per caricarli sul furgone. Ad una certa sembrano ritirarsi; in un impeto di gioia ed esaltazione alcuni dei nostri scavalcano il satir. Grave errore. Da dietro una duna appare una delle due macchine; fa fuoco, e colpisce uno dei nostri. Tutti corrono indietro, al riparo nella barricata, ma un compagno dell’heavy weapon cerca di trascinare via il ferito. Gli urliamo di rientrare, ma inutilmente. Poco dopo verrà centrato in pieno volto.
Le munizioni cominciano a scarseggiare, e lo scontro non accenna a finire. In diversi siamo rimasti con un solo caricatore. Il comandante cerca qualcuno che salga sull’humvee e vada a recuperare i corpi. Senza neanche pensarci mi offro volontario, e mi tuffo di corsa nell’abitacolo. Il mezzo fa il giro largo, i proiettili s’infrangono sui vetri già incrinati. Appena raggiungiamo i due corpi ci fiondiamo fuori e li trasciniamo fino al bagagliaio. Continuano a spararci addosso, ma nel giro di trenta secondi siamo di nuovo in marcia . Portiamo i cadaveri nella nocta degli assiri, che in quel momento era meno colpita dall’attacco. Lì ho modo di prendere poche munizioni ed un paio di razzi da riportare ai miei compagni.
Quando torniamo sono sorpresi di vedermi: un fuser aveva centrato in pieno uno dei nostri humvee poco dopo che ce n’eravamo andati, e mi credevano morto. Dopo un’altra ora circa di scontro a fuoco Daesh si ritira, questa volta davvero.
Dobbiamo insistere, ma alla fine ci vengono portate un paio di casse di munizioni. In molti ci si avventano sopra, e nel giro di due minuti sono già terminate. Firat si lamenta (giustamente) con il comandante, così, nel giro di un’ora, viene portato un’ altro carico. La base è gremita di gente, forze fresche, quello di cui avevamo bisogno, ma non facciamo in tempo ad andare alla tenda a pulire le nostre armi che quando usciamo sono tutti spariti.
Siamo anche meno di prima, circa una quindicina, e scopriamo che dovremo passare la notte così. Siamo tutti sicuri di un prossimo attacco, il primo di solito è un test, ed il maltempo è perfetto per una seconda offensiva. Torneranno, forse di notte forse al mattino, ma torneranno.
Passiamo la notte in stato di allerta, restiamo svegli fino all’alba. Non facciamo a tempo a riposare un paio d’ore che sentiamo i primi spari. Sono lontani, stanno attaccando diverse altre nocte su tutta la linea. Come il giorno prima i blindati si riparano dietro le nostre trincee, ma questa volta sono molti di più, almeno sei o sette. Si tengono a distanza e non scaricano i loro combattenti. Dopo un po’ che ci ronzano attorno alcuni dei loro mezzi indietreggiano a circa un Km e mezzo dove finisce una lunga striscia di dune. Da quella posizione iniziano a pioverci addosso diversi razzi. Non sono bisfing, non sono fuser, ma cascano ugualmente nel nostro perimetro con una precisione assurda per quella distanza. Il Dshke è l’unica cosa con la quale possiamo rispondere, ma non risulta troppo efficace, in più sta già a corto di munizioni. Loro non hanno lo stesso problema: 4-5 moto fanno staffetta avanti e indietro per rifornirli. Il tutto va avanti per più di un’ora. Proviamo a chiamare un attacco aereo, ma il compagno che dovrebbe fornire le coordinate ha qualche problema, e quando finalmente l’aereo arriva (molto in ritardo) i suoi missili esplodono solo a poche centinaia di metri da noi. I blindati comunque non erano più raggruppati all’estremità del satir, ed erano tornati a girarci piuttosto vicini. Contrariamente al giorno prima i nostri bisfing vengano sparati troppo presto, e mancano tutti il bersaglio. Come se non bastasse un proiettile colpisce il Dshke, mandandolo in pezzi. A questo punto molti dei nostri combattenti cominciano a temere il peggio: non abbiamo più bisfing, un Dhske è andato, e comunque non c’erano più munizioni, un blindato carico di Daesh ci è incredibilmente vicino (al riparo dietro uno dei nostri satir ad una cinquantina di metri da noi), mentre altri due stanno salendo lungo i nostri fianchi in una sorta di manovra a tenaglia nel tentativo di accerchiarci. Diversi dei nostri lasciano le posizioni e corre verso l’humvee che chiude la porta sul retro. Strillano che ce ne dobbiamo andare. La nostra squadra è sempre al suo posto, ma siamo rimasti veramente in pochi. Il comandante della heavy weapons capisce che in quelle condizioni c’è ben poco da fare, parla alla radio, e comunica che ci ritiriamo. Riusciamo a saltare appena in tempo sul retro dei pickup che stavano già partendo. Daesh c’insegue, e proiettili e bisfing a momenti quasi ci prendono. Incrociamo altre macchine, di altre nocte, anch’esse in ritirata come noi. Daesh ha attaccato duramente su tutta la linea, ed i pochi che sono rimasti a combattere fino all’ultimo sono stati uccisi o fatti prigionieri. Daesh rilascerà un video di propaganda due giorni dopo, dove le teste mozzate di diversi compagni sono esposte in fila come trofeo.
Torniamo all’oleodotto dove avevamo passato la prima notte. Parliamo col comandante del posto e gli raccontiamo la nostra versione degli eventi. Si dimostra comprensivo e disponibile, dopo averci ascoltati ci congeda, consigliandoci di andarci a riposare.
Quella stessa sera arriva un auto che trasporta due prigionieri catturati poco distante. Uno è Tunisino, l’altro Uzbeko; ci vengono a chiamare visto che uno dei due parla inglese, ed ha una brutta ferita dietro alla schiena. Non dicono molto, recitano la parte degli stupidi, così, dopo averci discusso mezz’ora ed aver applicato un bendaggio, lasciamo che li portino via.
Passiamo la notte lì, col gruppo di Heseke. La mattina dopo vediamo tornare in base molte macchine dei nostri partite la sera prima; la linea del fronte è saltata ci dicono. Prendiamo armi e munizioni e ci disponiamo lungo l’immenso perimetro. Passa poco tempo che anche le truppe della coalizione arrivano. Hanno di tutto: una ventina di blindati, elicotteri, e aerei da guerra. Dopo qualche ora ci raggiunge il comandante dicendoci che è tutto sotto controllo, che ci rimandano indietro, e che un altro tabur prenderà il posto di quello di Heseke. Vorremmo restare, ma non ci va d’insistere.
Durante il ritorno non posso fare a meno di pensare a tutti i compagni che hanno perso la vita senza che la coalizione muovesse un dito, mentre il massiccio dispiegamento di forze a difesa dell’oleodotto lasciava chiaramente intendere che i mezzi in quella zona certamente non mancavano. Inoltre tutte le voci che davano Daesh per finito mi sembrano ora più assurde che mai. Daesh è ancora forte, soprattutto ad Hajin; hanno ottima logistica e gente esperta; non distruggerli ora che ci sarebbe il modo è, a mio avviso, un rischio inutile e grande.
Seduto nel retro del pickup, questi e mille altri pensieri si dibattono nella mia testa, prima che il vento pungente della notte non li sovrasti con il suo gelo. I villaggi per i quali passiamo, seppure in zona nostra, sono pieni dei nostri nemici; si può intuire dai loro sguardi sprezzanti al passaggio della carovana. Una volta passati quei suoni, quei colori, resta solo il buio avvolgente del deserto, nient’altro, a scortarci verso casa.

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